il nostro Calendario: 7 e 8 luglio

Reggio Emilia, 7 luglio 1960

Compagno cittadino, fratello partigiano

Teniamoci per mano in questi giorni tristi:

Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia

Son morti dei dei compagni per colpa dei fascisti

Di nuovo, come un tempo, sopra l’Italia intera

Urla il vento e soffia la bufera

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi

Per quelli che son stanchi o sono ancora incerti

Lauro Farioli è morto per riparare al torto

Di chi si è già scordato di Duccio Galimberti

Son morti sui vent’anni, per il nostro domani:

Son morti come vecchi partigiani

Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli

Ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti

Compagni, sia ben chiaro che questo sangue amaro

Versato a Reggio Emilia, è sangue di noi tutti

Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi

Come fu quello dei fratelli Cervi

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso

È sempre quello stesso che fu con noi in montagna

Ed il nemico attuale è sempre e ancora eguale

A quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

Uguale è la canzone che abbiamo da cantare:

Scarpe rotte eppur bisogna andare

Compagno Afro Tondelli, compagno Ovidio Franchi

E voi, Marino Serri, Reverberi e Farioli

Dovremo tutti quanti aver, d’ora in avanti

Voialtri al nostro fianco, per non sentirci soli

Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa

Fuori a cantar con noi Bandiera rossa

Fuori a cantar con noi Bandiera rossa!

 

Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell’ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei “Per i morti di Reggio Emilia”: Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l’apice – non la conclusione – di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza”: alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto, contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l’avvento della generazione dei “ragazzi con le magliette a righe”. Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle “tre M” (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima – dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio – sono testimonianza la poesia di Pasolini “La croce uncinata” (aprile 1960) e l’articolo “Le radici del luglio” (Vie nuove, 29 ottobre 1960).

Il contesto storico-politico

Il 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l’incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di “legge ed ordine”. La sua designazione segna un punto di svolta all’interno di un’acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall’astro nascente della DC Aldo Moro, che nell’ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere “popolare e antifascista” della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze. Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l’operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l’invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un “governo del Presidente” che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un “gollismo italiano” caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del “partito-Gladio”: Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all’immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).

Da Genova a Reggio Emilia

Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l’ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti “camalli”) risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età (i cosiddetti “ragazzi dalle magliette a righe”), in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell’ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista. In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall’olimpionico Raimondo d’Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l’unico spazio consentito – la Sala Verdi, 600 posti – è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: “Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti”, ricorda un testimone, l’allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, “dove c’era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…” 
“Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza”. Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: “Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo”.

In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L’agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s’inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”. Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia “Bobi”), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell’Anpi.

Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano “Modugno” grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell’eccidio: “Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue”.

Intanto l’operaio Marino Serri 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l’angolo della strada gridando “Assassini!”: cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.

In piazza Cavour c’è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all’addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: “Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due”. Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.

Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani – tra i quali è Rovacchi – a resistere: “La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l’altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo”.

Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell’Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d’ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell’ospedale, testimonia di “feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull’altro”. Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: “In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’apprensione e il dolore dei parenti”.

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Palermo e Catania, 8 luglio 1960

Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che “è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali”. Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per “non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti”: la polizia continua a sparare ad altezza d’uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all’impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.

A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: “mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione”. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di “accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti”. Salvatore Novembre aveva 20 anni. Abitava ad Agira ( Enna), originario di Polizzi. Era un pendolare quotidiano con Catania, dove svolgeva il suo lavoro di operaio edile. Salvatore Novembre, non soccorso, morì orribilmente sul selciato di piazza Stesicoro, quasi a ridosso dell’angolo con via Gambino. Solo dopo un’ora del tragico evento alcuni cittadini ebbero la possibilità di caricarlo su una macchina  e portarlo in ospedale. Giunse cadavere. Era sposato da appena quarantacinque giorni, con una giovane ragazza di sedici anni.

Altri 7 manifestanti rimangono feriti.

La caduta del governo Tambroni

Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che “questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino”. Ma il governo è ormai nell’angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l’accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l’incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.

Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell’agente Celani. Il 14 luglio la Corte d’Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l’agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove.

Testo di Girolamo De Michele

8-7-6018-7-6028-7-603

 

 

Almanacco: Speciale Statuto dei Lavoratori – 1970

Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa, e vuole che, questi diritti siano rispettati da tutti e, in primo luogo dal padrone (…) perciò sottoponiamo al Congresso un progetto di “Statuto” che intendiamo proporre, non come testo definitivo, alle altre organizzazioni sindacali (…) per poter discutere con esse e lottare per ottenerne l’accoglimento e il riconoscimento solenne.

Giuseppe Di Vittorio, Congresso Cgil di Napoli, 1952.

Passato alla storia come lo Statuto dei Lavoratori, in realtà è la legge 300 del 1970 intitolata “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”.

Era stata approvata alla Camera il 15 maggio con i 217 voti favorevoli della maggioranza al governo (democristiani, socialisti unitari e liberali) e dei repubblicani. Missini, Pci e Psiup si erano astenuti: in particolare i comunisti, pur essendo d’accordo con il testo, lamentavano la mancanza di tutele per i lavoratori delle imprese più piccole – quelle con meno di 15 dipendenti.

È una legge fondamentale del diritto del lavoro italiano che ancora oggi costituisce la disciplina di riferimento per i rapporti tra lavoratore e impresa e i diritti sindacali.

Approvato a seguito delle lotte sindacali della fine degli anni sessanta, in particolare la lunga vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e il loro «autunno caldo» del 1969, in realtà è stato preceduto dall’introduzione nell’ordinamento di alcune significative norme di tutela e garanzia per i lavoratori, quali la Legge 1124 del 1965 in materia di infortuni e malattie professionali, la Legge 903 del 1965 in materia pensionistica e la Legge 604 del 1966 in materia di licenziamenti, tutte ascrivibili ai governi di centrosinistra.

Lo Statuto ha rappresentato una svolta dal punto di vista sia politico che giuridico, nel sancire positivamente alcuni dei diritti fondamentali del lavoratore e delle sue rappresentanze sindacali.

Da quaranta anni costituisce uno strumento di tutela giuridica imprescindibile nell’ambito del diritto del lavoro.

Il titolo Primo dello Statuto (gli articoli dall’1 al 13) disciplina i diritti e divieti volti a garantire la libertà e dignità del lavoratore; in particolare in materia di libertà di opinione del lavoratore (articolo 1), regolamentazione del potere di controllo (articoli dal 2 al 6) e disciplinare (articolo 7), di mansioni e trasferimenti (articolo 13).

Il titolo Secondo (articoli dal 14 al 18), dedicato alla libertà sindacale, nell’affermare e disciplinare il principio cardine del diritto di costituire associazioni sindacali nei luoghi di lavoro e di aderirvi (articolo 14), sancisce la nullità degli atti discriminatori (articolo 15), pone il divieto di costituire o sostenere sindacati di comodo (articolo 17) e, allo scopo di rendere effettivi tali diritti, introduce la garanzia della stabilità del posto di lavoro, disponendo le tutele accordate al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo (articolo 18), modificato più volte e in pratica cancellato dal Jobs act di Renzi.

Nel titolo Terzo si tracciano le prerogative dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro, attraverso il riconoscimento al sindacato del potere di operare nella sfera giuridica dell’imprenditore, per il conseguimento dei propri obiettivi di rappresentanza e di tutela. Valgono a tale scopo il fondamentale diritto alla costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali (articolo 19), nonché le ulteriori prescrizioni finalizzate a consentire l’esercizio dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro, nelle sue varie forme di manifestazione (assemblea, affissione, permessi, locali e garanzie della funzione sindacale – articoli dal 20 al 27).

Tra le disposizioni del titolo Quarto, oltre a quelle in materia di permessi e aspettative per i dirigenti sindacali (articoli dal 30 al 32), assume una posizione cruciale l’articolo 28, che predispone un particolare strumento giudiziario volto a reprimere condotte antisindacali, in quanto impeditive o limitative dell’esercizio dell’attività sindacale o del diritto di sciopero. Si tratta di una norma di centrale importanza nel disegno complessivo dello Statuto, in quanto legittima il sindacato ad agire direttamente nei confronti dell’imprenditore e a ottenere una pronuncia giudiziale di condanna, con ciò sancendo nella sostanza l’effettività dei diritti sindacali enunciati.


“L’autunno caldo scrisse il testo” – Intervista a Giorgio Benvenuto

(Massimo Franchi, il Manifesto, 20.05.2020)

Sono un superstite, uno dei pochi rimasti, ma sono contento di raccontare una pagina nobile della storia del nostro paese». A 82 anni Giorgio Benvenuto in questi giorni passa da un intervento Skype alle interviste televisive con la lucidità di un ragazzo che parla con passione di una battaglia vinta.

Benvenuto, lei divenne segretario generale della Uilm nel 1969 dopo una lunga gavetta sindacale. Furono dodici mesi indimenticabili.

Sono entrato nel sindacato nel 1955 e mi laureai in giurisprudenza alla Sapienza di Roma nel 1960 con una tesi sulle Commissioni interne nelle fabbriche. Se l’intuizione di una legge organica per i lavoratori si può far risalire addirittura a Turati con “Rifare l’Italia” del 1919 e poi alla Fiom di Buozzi, martire del fascismo, prima di Di Vittorio che lo disegnò organicamente negli anni ’50, in realtà la sua approvazione è arrivata tardi rispetto agli altri paesi europei. Lo spazio politico si era aperto nel 1963 con la sollevazione contro il governo Tambroni e l’avvio del centrosinistra con Moro. Il boom economico fu fatto sulla pelle dei lavoratori e le fabbriche in quegli anni erano turbinose. Ricordo che noi ci entravamo solo scortati dai lavoratori con i capi del personale che ci diffidavano dall’entrare e poi ci denunciavano perché al tempo le fabbriche erano «proprietà privata». Con lo Statuto arrivò l’amnistia per 14mila denunce, io ne avrò avute decine e decine. Ma tutto fu figlio della nostra lotta dell’autunno caldo.

Lei da socialista a chi dà la palma del vero autore dello Statuto: Gino Giugni o Giacomo Brodolini?

Tra i due, capisco spiazzandola, le direi Donat Cattin. Perché è vero che Brodolini presentò la proposta di legge nel 1969, ma poi purtroppo morì e fu sostituito come ministro del Lavoro dal democristiano Donat Cattin che ebbe l’intelligenza di confermare Gino Giugni come braccio destro al ministero, dando continuità al progetto. Fu Giugni a trovare le soluzioni pratiche che fecero accelerare l’approvazione dello Statuto. E in più fece anticipare le norme previste nella trattativa nel contratto dei metalmeccanici. Diritto di assemblea, deleghe, diritti dei sindacalisti: tutte quelle clausole contrattuali finirono poi nella legge. Una legge non calata dall’alto ma nata dal nostro impegno unitario.

Il Pci però si astenne:considerava lo Statuto insufficiente. Ci furono pressioni in quelle settimane?

Nessuna pressione sul sindacato. Il Pci sosteneva che si sarebbe potuto fare di più ed era contrario al fatto che i diritti previsti dallo Statuto si esprimevano in diritti in capo al sindacato e non ai lavoratori. Fu lo stesso Donat Cattin a difendere anche l’articolo 28: il comportamento antisindacale con decisione immediata del giudice.

A livello sindacale però le cose non furono così semplici: voi metalmeccanici eravate in una situazione complicata con le confederazioni.
Sì, la Cisl storicamente e ancora oggi è sempre stata contraria a legiferare su questioni contrattuali. In più nel 1969 sia noi come Uilm che la Fim Cisl uscimmo sconfitti – seppur di pochi voti – nei congressi confederali di Uil e Cisl sulla questione dell’unità dei metalmeccanici che poi sfociò nella Flm. Fu molto dura portare avanti la trattativa del contratto dei metalmeccanici da soli ma riuscimmo ad imporre che le confederazioni ne rimanessero fuori. Ricordo che alla grande manifestazione di Roma decidemmo di non far parlare i segretari generali: con Storti (segretario Cisl, ndr) e Vanni (segretario Uil, ndr) non fu difficile, ma Bruno Trentin disse: «E chi glielo va a dire a Novella? (l’allora segretario generale della Cgil, ndr)». Pierre Carniti gli rispose: «Gielo vai a dire tu». Bruno era interdetto, ma Pierre lo convinse: «Ce la fai, ce la fai». L’altro momento terribile fu il 19 novembre con la manifestazione per la casa e l’uccisione del poliziotto Annarumma. Saragat in qualche modo addossò la colpa a noi sindacati e per tornare in piazza il ministro democristiano Restivo ci chiese di prendere la responsabilità dell’ordine pubblico: lo facemmo e andò tutto bene, nessun incidente. La conquista dello Statuto fu possibile solo perché in quell’anno ci fu uno spirito straordinario di partecipazione. La nostra unità, anche umana, era fortissima. Quella legge la scrissero i lavoratori con la loro lotta.

Benvenuto, lo Statuto compie oggi cinquanta anni. Mantenerne lo spirito è sacrosanto, il mondo del lavoro però è cambiato totalmente. Lei come lo aggiornerebbe?

Certo, lo Statuto è tarato sull’industrializzazione e il lavoro in fabbrica. Oggi invece il lavoro è frammentato e precario. L’Italia fino agli anni novanta si è salvata svalutando la Lira; da lì in poi, non potendo svalutare l’Euro, si è svalutato il lavoro. Dare nuovi diritti nell’epoca della globalizzazione e della finanziarizzazione è ancora più difficile. Lo sviluppo tecnologico, l’intelligenza artificiale hanno creato disparità e diseguaglianze spaventose nel campo della conoscenza. Questo però paradossalmente ci riavvicina alla nostra battaglia: noi chiedemmo le 150 ore per gli operai perché ritenevamo centrale che gli operai capissero come andava il mondo; oggi bisogna reimpadronirsi della conoscenza. La pandemia è un dramma e allo stesso tempo un’occasione formidabile per ribaltare il mondo e limitare il potere della finanza, rimettendo al centro la persona. Serve una grande attività progettuale da parte del sindacato. Non è facile ma nemmeno impossibile: un rilancio del suo ruolo arricchirebbe la democrazia.


Ignorammo l’evento, eravamo proprio extraparlamentari

(Luciana Castellina, il Manifesto, 20.05.2020)

Non era per caso che nel ’68-69 ci definissimo «sinistra extraparlamentare»: lo eravamo proprio, sia pure alcuni non molto a lungo – il Manifesto-Pdup – altri al di là del buonsenso.

È un fatto che anche noi quando in Parlamento venne approvato lo Statuto dei lavoratori, il 20 maggio 1970, quasi ignorammo l’evento; e del resto, come si sa, anche il Pci, sia pure per ragioni diverse dalle nostre, prese le distanze dalla nuova legge; e si astenne.

Nel cinquantesimo anniversario di quello che ora consideriamo, e a ragione , un evento storico, qualcuno ha messo in rete un articolo che Quaderni Piacentini, una delle riviste più serie dell’epoca, aveva allora dedicato all’argomento, condannando senza mezzi termini la nuova legge come una truffa ai danni dei lavoratori. In capo all’articolo l’anonima mano ha scritto: «Oggi stringiamo i denti per difendere ciò che ne è rimasto». Oggi è in effetti difficile capire come l’intera nuova sinistra abbia potuto esprimere un simile giudizio negativo sullo Statuto dei lavoratori.

Fu un errore – su questo non credo ci sia più nessuno che abbia dubbi – non considerare quella legge una importante conquista. Che peraltro accoglieva una richiesta avanzata da Giuseppe Di Vittorio già al congresso della Cgil del 1952. E che introduceva la Costituzione nel recinto della fabbrica, fino ad allora spazio extraterritoriale chiuso all’interferenza di un imperio che non fosse quello dettato dal padrone.

Per capire come sia potuto accadere bisogna riandare a quel tempo e al dibattito che l’accompagnò. Quel giudizio così drasticamente negativo, e il disinteresse con cui la legge fu accolta, aveva alla base un’ipotesi non del tutto destituita di fondamento, che animò infatti, allora, una vasta riflessione, che affrontava, ben oltre lo Statuto dei lavoratori, il tema generale del ruolo delle riforme.

Noi tutti, e con noi una parte dello stesso sindacato, consideravamo i rapporti di forza conquistati dagli operai nelle fabbriche ben più favorevoli di quelli esistenti a livello politico e temevamo che la linea del Pci, che puntava sulle riforme, fosse un modo per ridurre la radicalità dello scontro, spostando il confitto sull’infido e incontrollabile terreno della mediazione parlamentare.

Il timore, insomma, era di smarrire la centralità che con le lotte era stata data al controllo sulla organizzazione della produzione, sul cuore del sistema. Tanto è vero che quando ci si accorse che non si poteva migliorare la condizione operaia senza prendere in considerazione quanto la determinava anche fuori dallo stabilimento – l’abitazione,la scuola, la salute – le lotte in merito vennero affidate dal movimento non ai lavori parlamentari ma ai Consigli di Zona, la trasposizione sul territorio dei propri autonomi organismi di potere, i Consigli di fabbrica, forse la più importante conquista strappata nell’autunno caldo del ’69.

Potere Operaio, e parte di Lotta Continua, spinsero il rifiuto del terreno istituzionale fino a teorizzare la possibilità di mettere in ginocchio attraverso la lotta di fabbrica il potere capitalista. E ritennero che le riforme avrebbero addirittura rafforzato il capitalismo, in quanto avrebbero razionalizzato il sistema.

Noi, come qualche altro gruppo, ci muovemmo in modo diverso, cercando di consolidare il potere costruito in fabbrica e di garantirne l’autonomia, sì da poterlo proiettare sul terreno politico. Fu questa la linea che assunse anche la parte migliore del sindacato, a partire dalla unitaria Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm); e questo garantì la lunga durata del ’68 italiano, che non aveva, né poteva avere, un obiettivo rivoluzionario, un sovvertimento che avrebbe presupposto ben altro processo storico.

L’ipotesi rivoluzionaria fu, con la sua consueta causticità, ridicolizzata dal leader sindacale della Fim-Cisl Pierre Carniti in un’intervista al Manifesto: «Non esiste in astratto una distinzione fra riforme necessarie e riforme che aiutano il sistema – disse -. Il padrone non si siede al tavolo per concordare la sua estinzione. L’esito si misura dunque dal potere che l’operaio conquista, dal mutamento dei rapporti di forza».

Rileggendo il Manifesto rivista – il quotidiano uscì il 28 aprile del 1971, un anno e mezzo dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori – si trova puntualmente, tuttavia, e sin dall’inizio – anche quando persiste la diffidenza per lo spostamento dell’epicentro della lotta operaia sul viscido terreno parlamentare – il richiamo alla necessità, a un certo punto, di trovare uno sbocco politico, e cioè un momento di mediazione che consolidasse il potere conquistato in fabbrica che avrebbe altrimenti rischiato di non tenere.

Quello sbocco non lo trovammo, per tante ragioni che ci sono a tutti note. È un fatto che è proprio attorno allo Statuto dei lavoratori che si sono andati in questi decenni misurando i rapporti di forza nel nostro paese.Contro questa legge sono stati scagliati un referendum dopo l’altro nella speranza di debellarlo; e poi, più pesantemente, i decreti di Berlusconi, di Monti, di Renzi, con il suo job act. Ci si sono messi pure i radicali che, denunciando di «abuso» quella che chiamarono «Trimurti» (le tre confederazioni sindacali) cercarono con un referendum di rendere quasi impossibile il loro autofinanziamento.

Ma lo Statuto è anche diventato la legge più tenacemente da decenni difesa dai lavoratori e che ha visto prodursi in suo favore la manifestazione di protesta, forse la più grande della storia sindacale italiana: quando all’appello dell’allora segretario della Ggil Sergio Cofferati risposero tre milioni di lavoratori.

La linea di quasi tutta la nuova sinistra mutò con gli anni, tanto è vero che nel 1976, con la lista comune denominata Democrazia Proletaria, si presentarono alle elezioni politiche oltre al Pdup, anche Lotta Continua, Avanguardia operaia, il Movimento socialista dei lavoratori. Nonostante tutti i suoi limiti quella esperienza aiutò a capire quanto la forza accumulata dalla classe operaia con le lotte innescate con l’autunno caldo del 1969 poteva pesare, e abbia in effetti pesato, per strappare riforme essenziali: il sistema sanitario nazionale, le pensioni,i diritti civili.E quanto importante sia stato riuscire ad arrivare alle mediazioni che le hanno rese possibili.

Già sul numero del giugno ’69 del Manifesto rivista, del resto, Lucio Magri aveva sottolineato l’ urgenza di trovare uno sbocco politico a una radicalizzazione delle lotte che altrimenti non avrebbe potuto stabilizzarsi. È quello che da allora abbiamo cercato di fare.

Adesso tutto è più difficile, ma sarebbe già molto che di quella straordinaria esperienza degli anni ’70, pur carica di errori ma anche di scoperte, conservassimo la capacità di tener al centro la questione del lavoro. Ormai diversissimo da quello di allora, ma pur sempre lavoro.

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“Sono passati decenni, non solo dal 1969 ma dagli anni 50, quando la solidarietà e l’unità erano l’obiettivo e il sogno di una minoranza determinata, che riusciva a infondere fiducia, a dare la forza di resistere – non per la sopravvivenza di ciascuno ma per la salvaguardia di alcuni valori che la crisi del comunismo non ha nemmeno scalfito. E questi decenni, questa memoria, semplicemente non esistono per milioni di lavoratori nell’Italia di oggi: anche perché ci sono gli avvoltoi, gli avventurieri della politica che contribuiscono a cancellare anche le tracce di questa memoria per potere manipolare lo smarrimento, la decomposizione dell’unità di classe, la guerra fra lavoratori e per cavalcare tutte le rivolte contro la solidarietà di classe, nobilitandole come espressioni creative della democrazia di base, per asservirle alle loro avventure politiche, che non hanno nemmeno la grandezza della scommessa su una vittoria possibile di un’utopia autoritaria, ma solo la meschina ambizione di poter pesare – da posizioni di comando – nel mercato politico”.

(a cura di Iginio Ariemma, Bruno Trentin, Diari (1988-1994), Ediesse, 2017)


La canzone: O Cara Moglie (1966)

O cara moglie, stasera ti prego, dì a mio figlio che vada a dormire, perchè le cose che io ho da dire non sono cose che deve sentir. Proprio stamane là sul lavoro, con il sorriso del caposezione, mi è arrivata la liquidazione, m’han licenziato senza pietà. E la ragione è perchè ho scioperato per la difesa dei nostri diritti, per la difesa del mio sindacato, del mio lavoro, della libertà . Quando la lotta è di tutti per tutti il tuo padrone, vedrai, cederà ; se invece vince è perchè i crumiri gli dan la forza che lui non ha. Questo si è visto davanti ai cancelli: noi si chiamava i compagni alla lotta, ecco: il padrone fa un cenno, una mossa, e un dopo l’altro cominciano a entrar. O cara moglie, dovevi vederli venir avanti curvati e piegati; e noi gridare: crumiri, venduti! e loro dritti senza piegar. Quei poveretti facevano pena ma dietro loro, la sul portone, rideva allegro il porco padrone: l’ho maledetto senza pietà . O cara moglie, prima ho sbagliato, dì a mio figlio che venga a sentire, chè ha da capire che cosa vuol dire lottare per la libertà chè ha da capire che cosa vuol dire lottare per la libertà.

(Ivan Della Mea, O Cara Moglie, 1966)

La Mostra online

www.Statutodeilavoratori50.it

Il film: Contratto (1970) di Ugo Gregoretti

Intervista a Ugo Gregoretti

 

Inaugurata la nuova sede dell’Archivio ASMOS

È stata inaugurata la nuova sede dell’ASMOS (Archivio Storico del Movimento Operaio Democratico Senese), sede che accoglie la sua ampia dote di materiali, documenti, pubblicazioni, manifesti, video, audio ed altro ancora. La sede principale è anche quella in cui si può accedere al catalogo (in attesa dell’accesso online) e alla consultazione. Sedi decentrate si trovano anche a Colle Val d’Elsa e Rapolano (solo deposito).

L’Associazione la Quercia, oltre a mettere a disposizione i locali e farsi carico della messa a norma per sicurezza e antincendio, è il soggetto che si prenderà anche cura delle nuove acquisizioni, della catalogazione, della digitalizzazione e della promozione dell’Archivio.

Dopo circa dieci anni di stasi dovute a difficoltà gestionali, ed essendo anche venuta a mancare l’ospitalità del Comune di Siena che in passato aveva messo a disposizione i locali in san Marco, l’ Archivio torna finalmente ad essere aperto e accessibile al pubblico.

Si apre quindi una fase nuova, che vedrà la Quercia impegnata a continuare ad investire sull’Archivio, anche attraverso le collaborazioni già avviate con la Fondazione Gramsci per la catalogazione on line dei materiali, e con l’Associazione Berlinguer per la partnership nella presentazione di progetti.

“L’Archivio è costituito da documenti ancora in gran parte inediti, sia come fondi di dirigenti e di sezioni locali del Partito Comunista senese, sia come audiovisivi, fotografie, manifesti, bandiere e giornali murali d’epoca, oltre a dotarsi di una rara emeroteca e biblioteca: tutto questo siamo certi che sarà spunto per nuove ricerche accademiche e non” ha detto Tiziano Scarpelli, presidente de La Quercia – “rendendo l’Archivio sempre più vivo e vitale”. All’evento inaugurale sono intervenuti: Monica Barni, Assessora alla Cultura e Vicepresidente della Regione Toscana, Il senatore Ugo Sposetti, presidente dell’Associazione Berlinguer e Il prof. Stefano Moscadelli, docente di Archivistica all’Università di Siena; tutti i relatori hanno manifestato il loro plauso alla soluzione trovata,  mentre Massimo Bianchi, presidente ASMOS, ha ribadito con entusiasmo l’inizio di una nuova fase per la vita dell’Archivio.

L’A.S.M.O.S. Archivio Storico del Movimento Operaio e Democratico Senese si trova a Siena in via Algero Rosi n. 32; apre al pubblico il mercoledì dalle 10,00 alle 13,00, e in caso di particolari esigenze è prevista la possibilità di un’apertura su appuntamento scrivendo una email all’indirizzo di posta info.asmos@gmail.com  oppure telefonando al 392.5636593

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il nostro Calendario: 12 dicembre

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1969: Piazza Fontana, Milano

Il 12 dicembre 1969 la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, era piena di clienti venuti soprattutto dalla provincia; alle 16:30, mentre gli altri istituti di credito chiudevano, all’interno della filiale c’erano ancora molte persone. L’esplosione avvenne alle 16:37, quando nel grande salone dal tetto a cupola scoppiò un ordigno contenente 7 chili di tritolo, uccidendo 17 persone delle quali 13 sul colpo, e ferendone altre 87; la diciassettesima vittima morì un anno dopo per problemi di salute legati all’esplosione. Una seconda bomba fu rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. La borsa fu recuperata ma l’ordigno, che poteva fornire preziosi elementi per l’indagine, fu fatto brillare dagli artificieri la sera stessa. Una terza bomba esplose a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collegava l’entrata di via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di via di San Basilio; altre due esplosero a Roma tra le 17:20 e le 17:30, una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia. I feriti a Roma furono in tutto 16. Comincia qui la strategia della tensione.

PATMOS di Pierpaolo Pasolini

Sono sotto choc

è giunto fino a Patmos sentore
di ciò che annusano i cappellani
i morti erano tutti dai cinquanta ai settanta
la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo
che Dio, per istruire i suoi servi
– sulle cose che devono ben presto accadere –
ha fatto conoscere per mezzo del suo Angelo
al proprio servo Giovanni.
Ci sono là marcite; e molti pioppi. Venendo da là
vestivano di grigio e marrone; la roba pesante,
che fuma nelle osterie con le latrine all’aperto.
Poca creanza, farsi ritrovare così,
da parte di quei galantuomini non ancora del tutto romanizzati,
e sì che tutti i barocci erano spariti da un pezzo!
Ma gli usati corpi, non di monaci,
perché cattolici erano cattolici, ma s’erano sposati, fornicando
la loro parte; insomma, giusto perché dei nipotini oggi piangessero.
Solo un suicidio porterà sulle tracce del responsabile di tal pianto. (1)
Lombardi al Governo! Tra voi e il paese c’è un abisso.
È la vostra banalità che lo scava (le «e» strette
son niente confronto al lessico; che umile dialetto non è;
lo fosse!)Bomba_piazza_fontana
E chi è sotto choc ride con gli occhi di Antonioni
Il quale attesta come parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo
e anche Pasolini ride,
tutto quello che ha veduto,
mentre Moravia è distratto, beato chi legge,
e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia.
Che ne piangano le loro famiglie; io ne parlo da letterato.
Oppongo al cordoglio un certo manierismo.
Di tradizioni recenti son piene le Sette Chiesuole.
Canoni e tropi a disposizione rimpiazzano le commozioni;
e basta deciderlo, l’umore necessario è pronto
con tutti i suoi caratteri
(di difesa dietro il lessico, esso, eslege, desueto)
chi è al potere altresì ha le sue figure
entro cui comodamente sostituire al logos il nulla;
dietro una cattedra, un tavolo da lavoro,
col doppiopetto: perché il tempo è lontano.
Così si consola la morte, e chi ha la cattiva creanza
di farsi piangere; ridotto a tronconi: cosa inammissibile
in un uomo serio, che si occupa di agricoltura!
Come poi se fossimo nel ’44.
Io sono l’Alfa e l’Omega, colui che è, che era e che viene; l’Onnipotente;
fidando su ciò, l’onorevole Rumor, Pocopotente
ma Potente, comunque,
si dissocia dai telespettatori dei bar
e parla ai piccoli borghesi in famiglia che si saziano
di indignazione del tutto lessicalmente estranea al popolo.

Milano_-_Piazza_Fontana_-_Lapide_Vittime
Attilio Valè: presente!
52 anni, abitava a Mairano di Noviglio.
Era separato da otto anni dalla moglie;
era un bell’uomo alto circa un metro e ottanta:
commerciava in bestiame
Io, Giovanni, vostro fratello,
che partecipa con voi alla stessa tribolazione
al regno e alla perseveranza di Gesù,
mi trovai relegato nell’isola chiamata Patmos
a causa del Vangelo di Dio e delle testimonianze che rendevo a Gesù.
L’Autorità dello Stato moderato non contempla la realtà dei sensali.
Pietro Dendena (presente!) 45 anni,
abitava a Lodi in un nuovo edificio di Via Italia 11
con la moglie Luisa Corbellini, la figlia Franca, 17 anni,
che frequenta il corso di segretariato d’azienda,
e il figlio Paolo, 10 anni, alunno di quinta elementare.
Di professione mediatore,
frequentava regolarmente il mercato di Piazza Fontana
non mi meraviglierei da letterato schizoide
che comparisse tale e quale in un olio del Prado
né che avesse un debole per l’Inter;
ci son portichetti a Lodi, tetramente settentrionali –
contro un cielo buio, con nuvole basse –
micragna dei tempi degli Antenati, odor di vacche!
L’è il dì di mort (tutti presenti).
Quanto a Paolo Gerli, 77 anni (presente)
ci son portichetti a Lodi a sesto acuto,
e le piccole osterie micragnose sanno di vestiti bagnati
riscaldati dalla stufa
abitava con la moglie in un bellissimo palazzo di Via Savaré, 1,
dove si era trasferito nel 1954
possidente di non pochi terreni agricoli,
curava in proprio il commercio dei prodotti della sua terra.
I vicini di casa, loro,
lo ricordano come un signore gioviale e esuberante.
Usava regolarmente la bicicletta.
Aveva avuto dal matrimonio tre figlie tutte sposate.
Or, ecco, fui rapito in estasi, nel giorno del Signore
e udii dietro a me una voce potente, come di tromba
Eugenio Corsini, 55 anni, presente!
abitava dall’epoca delle nozze in Via Procopio 8,
padre di due figli ormai sposati,
commerciava in olii lubrificanti per macchine agricole.
La moglie non aveva smesso di lavorare.
Non si cantarono serenate in quel 1940;
dal 1940 si era lavorato giudiziosamente, a casa a far la calza.
Si erano frequentate scuole in vista di futuri risparmi;
niente grilli per la testa, che nessuno avesse niente da ridire;
la Morale come una cosa passata di donna in donna;
poco riso negli occhi, e gran risate al momento giusto: a Natale.
Io mi voltai per vedere la voce che parlava
e appena voltato vidi sette candelabri d’oro
Carlo Luigi Perego, 74 anni, risiedeva a Usmate Velate
e in mezzo ai candelabri Uno che assomigliava al Figlio dell’Uomo
in Via Stazione 21
vestito di una lunga veste
lascia la moglie e due figli sposati
che hanno proseguito la sua attività di assicuratore
e cinto d’una fascia d’oro sul petto
Era venuto a Milano per rivedere i vecchi amici
e per sbrigare alcune faccende relative all’attività dei figli
Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana
i suoi piedi erano simili a rame ardente arroventato in una fornace
(così disse chi li raccolse sotto il bancone)
Aveva presieduto, in qualità di coraggioso combattente del ’15-18
la locale sezione dell’associazione dei combattenti. Presente!
Carlo Garavaglia, 67 anni, presente!
Alla morte della moglie era andato a abitare con la figlia sposata
la sua voce era come il rumore delle grandi acque
a Corsico in Via XX Settembre 19.
Nella destra teneva sette stelle.
Era stato macellaio
dalla sua bocca usciva un’acuta spada a due tagli
percepiva attualmente una pensione di 18 mila lire.
La sua faccia era come il sole.
Tentava di realizzare qualche guadagno extra facendo il mediatore.
Carlo Gaiani, presente, 57 anni,
abitava con la moglie alla cascina Salesiana
Era perito agrario
ed aveva condotto con successo l’azienda agricola
che conduceva come affittuario, fino ad alcuni anni addietro.
Ora l’azienda era in decadenza.
Lavorava personalmente la terra con un solo lavorante.
Si era recato alla Banca dell’Agricoltura
per concludere la vendita delle ultime 14 vacche.
Saragat taccio, ma ne parla l’«Observer». (2)
Oreste Sangalli, 49 anni: «Presente!»
affittuario della cascina Ronchetto in via Merula 13 a Milano
mettiamo la sordina alla tromba di quell’Uno
lascia la moglie e due ragazzi, Franco di 13 e Claudio di 11
fare d’ogni erba un fascio degli estremisti
si era recato al mercato di Piazza Fontana
va bene per i giornali indipendenti (dalla Verità)
come tutti i venerdì in compagnia di Luigi Meloni
ma un presidente della Repubblica!
Si erano momentaneamente lasciati a Porta Ticinese
Non si può predicare moderazione
e si erano dati appuntamento a Piazza Fontana
in un paese dove è appunto la moderazione che va male
Hanno trovato entrambi la morte
e dove non si può essere moderati senza essere banali
poco dopo essersi ritrovati.
Luigi Meloni, 57 anni presente:
commerciante di bestiame abitava a Corsico in Via Cavour
con la moglie e il figlio Mario, studente di 18 anni.
Possiede qualche piccola proprietà immobiliare.
Era venuto a Milano con la vettura del Sangalli.
E quando l’ebbi veduto io caddi ai suoi piedi come morto.
Ma egli pose sopra di me la sua destra e disse:
Non temere, io sono il Primo e l’Ultimo.
Io sono il Medio, parvero dire Rumor e i suoi colleghi.
Non si può essere medi, qui, senza essere privi d’immaginazione.
Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente.
Giulio China, 57 anni, presente!!
Era uno dei più importanti commercianti di bestiame di Novara,
ove possedeva due cascine. Lascia la moglie e due figlie sposate.
Ho subìto la morte, ma ecco, ora vivo nei secoli dei secoli
(a differenza di Giulio China)
e tengo le chiavi della morte e dell’inferno.
Mario Pasi, cinquant’anni: presente,
abitava con la moglie in un bell’appartamento di Via Mercalli 16.
Ah antichi portichetti a sesto acuto, grigi, scrostati,
sotto cui l’ombra è così fredda che par di essere in Germania
e i negozietti di mercerie stringono il cuore, e ancor più
se vi si vendono anche caramelle, in scatole di cartone
Ma ci son anche palazzi di metallo e vetro
che danno sui parchi
Non aveva figli. Geometra,
si era dedicato all’amministrazione di fondi e stabili.
Era stato ufficiale di cavalleria.
Scrivi dunque le cose che hai vedute,
e le presenti e quelle che verranno dopo di esse:
l’Italia è in crisi, e la stessa crisi che soffro io
(inadattabilità alle nuove operazioni bancarie)
la soffrono alla loro bestial maniera i fascisti:
le ultime 14 vacche! Le ultime 14 vacche!
Ecco il senso misterioso delle sette stelle;
ché se sette erano magre, le altre sette erano ancor grassottelle.
Carlo Silva, 71 anni, abitava in Corso Lodi 108,
con la moglie e un figlio, impiegato alla «Dubied».
Aveva un secondo figlio sposato.
Aveva fatto il mediatore per tutta la vita
ma una lieve forma di paralisi lo aveva costretto
a muoversi con l’ausilio di un bastone.
Percepiva una esigua pensione, ma non aveva rinunciato
a recarsi ogni venerdì al settimanale convegno coi vecchi colleghi.
Bisogna andare da loro, stupidi come vipere, e dir loro:
Siamo fratelli: possediamo le ultime quattordici vacche:
la nostra azienda è in rovina,
lavoriamo con le nostre mani la terra
aiutati da un solo lavorante.
Non siamo più in grado di abitare in questo Paese
che se ne va per le strade nuove della storia
che hai veduto nella mia destra
e dei sette candelabri d’oro;
Gerolamo Papetti, 79 anni,
abitava alla cascina Ghisolfa di Rho
di cui era proprietario.
Aveva perso la moglie alcuni anni addietro.
Lascia tre figli, uno dei quali, Giocondo,
lo aveva accompagnato a Milano
ed è rimasto ferito in seguito allo scoppio.
Le sette stelle sono i sette Angeli delle sette Chiese
e i sette candelabri sono le sette Chiese.
Beh, non ho intenzione di scrivere l’intero Apocalisse:
ormai basta solo progettarlo;
e così le idee, basta enunciarle: realizzarle è superfluo.
In piena epoca industriale,
coltiviamo dunque la terra con le nostre mani, e un solo lavorante.
Andremo dunque presto a vendere le nostre ultime 14 vacche
ai Vicini nel 1970 avanti Cristo.
No, davvero non si può,
l’ecolalie neanche notarili
vomitate su noi dai nostri coetanei al Governo
sono intollerabili. Caro Moravia, caro Antonioni,
andiamo di là.
Poi venni a casa.

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I funerali delle vittime a Milano

La porta che dava sul corridoio della camera di mia madre
era aperta: da ciò arguii la sua inquietudine.
Essa ha ottant’anni, l’età di Gerolamo Papetti:
e penso a ciò che deve ancora soffrire.
Da letterato che fa della letteratura
dichiaro la mia solidarietà a «Potere Operaio»
e a tutti gli altri groupuscules di estrema sinistra,
Saragat non doveva fare un fascio di quell’erba:
e dunque sugli scudi Tolin.
Le sette Chiese sono su di noi, le zozze.
Scende la notte dello choc: il Naviglio va sottoterra
Tu ti suiciderai
se avevi tutto da guadagnare e nulla da perdere (3)
e quindi non sei un fascista di sinistra, che, poverino,
coi suoi ideali estremistici ora così tragicamente frustrati,
è divenuto mio caro fratello, e vorrei abbracciarlo forte;
tu ti ucciderai, fascista pazzo,
e il tuo suicidio non servirà ad altro
che a dare una disgraziata traccia alla Polizia.
In attesa di essere vendute, queste nostre ultime 14 vacche
pascolano crepuscolari a Patmos
dove ci si limita a scrivere, dell’Apocalisse, il solo prologo.
Ma approfondiamo
(che altro non si fa a Patmos,
senza giungere mai a conclusioni diverse da quelle previste,
il deprimente disprezzo per la borghesia, ivi compresi
i morti di cui sopra, tutti onorabilmente vissuti infino alla fine)
proseguendo, proseguendo eroicamente,
dopo aver steso un velo sulla sconfitta dei giovani
A Efeso a Pergamo a Smirne a Tiatira a Sardi a Filadelfia e a Laodicea
vivono i lettori che disprezzano i buoni sentimenti
e sanno, sanno bene del binomio Autorità-Banalità,
ma ciò non esclude che anche tra loro
i buoni sentimenti siano poi del tutto screditati, anzi, anzi!
Ma le conclusioni di ogni approfondimento sono prevedibili, ripeto.
L’ultimo odor di stalla e di farina
e la stoffa che fuma nelle osterie con la latrina all’aperto
dove va gente che se la intende sull’onorabilità
e vi fa del razzismo romanico
unisce intellettuali di sinistra e fascisti a un unico culto
in via di estinzione: allontanando nel cosmo il punto di vista (4)
essi appaiono tutti raccolti a imprecare allo stesso tabernacolo;
la porta della storia è una Porta Stretta
infilarsi dentro costa una spaventosa fatica
c’è chi rinuncia e dà in giro il culo
e chi non ci rinuncia, ma male, e tiri fuori il cric dal portabagagli,
e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità;
ma son tutti là, davanti a quella Porta.

(1) Questi versi sono stati scritti tra il 13 e il 14 dicembre; prima che si sapesse del suicidio dell’anarchico Pinelli.
(2) Ricordo di nuovo al lettore che questi versi sono stati scritti solo il giorno dopo i fatti di cui si parla.
(3) Prevedendo in questi versi un suicidio, pensavo, con assurda ingenuità, che il colpevole che si sarebbe suicidato sarebbe stato un fascista.
(4) Come nella Commedia pappo coesiste notoriamente con pulcro.

disegno di Dario Fo per Morte accidentale di un anarchico

 

Qui puoi vedere lo speciale di Carlo Lucarelli sulla strage di Piazza Fontana: https://www.raiplay.it/video/2019/11/Piazza-Fontana-racconto-di-una-strage—Blu-Notte—La-strage-di-Piazza-Fontana-un-processo-senza-fine-0ecda3e2-f144-4ce9-9136-4eb225ae56f1.html

il nostro Calendario: 4 dicembre

1999-2019: Vent’anni senza Nilde Iotti

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Nella  sua vita ha conosciuto le fatiche, la fierezza, l’amore intenso e l’intenso dolore, l’amore per la figlia Marisa e per i nipoti, la grande passione per la politica dove ha saputo essere innovatrice, intransigente e madre generosa.

Nilde Iotti nasce il 10 aprile del 1920 a Reggio Emilia, da Egidio ed Alberta Vezzoli, sposati civilmente.

Una famiglia tranquilla,  Egidio, ferroviere, socialista prampoliniano  ed attivista sindacale ; Alberta, una casalinga che amava leggere il Manzoni. Dopo l’avvento del fascismo, il  padre decide di ritirare la figlia dalla scuola pubblica per iscriverla ad un istituto cattolico, nel tentativo di sottrarla all’indottrinamento fascista ”meglio i preti dei fascisti”. Il padre pagò con il licenziamento dal lavoro  la sua fede  antifascista costringendo la famiglia ad affrontare grandi difficoltà economiche. Su un punto il padre non  arretra:  fare studiare la figlia. Esaltava il valore dello studio come base per diventare classe dirigente e sconfiggere il fascismo.”  Nilde, loro sanno, loro sanno” soleva ripetere alla figlia. Loro erano i borghesi e per far vincere il proletariato bisognava che esso si acculturasse. Dopo la morte del padre avvenuta nel 1934,la situazione economica si aggrava ulteriormente e la madre inizia a lavorare per permettere a Nilde Iotti, pur con grandi sacrifici di continuare gli studi intrapresi presso l’Istituto “ Principessa di Napoli” di Reggio Emilia.

Nel 1938, grazie ad una Borsa di studio, Nilde si iscrive alla facoltà di Magistero Dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nilde avrebbe preferito iscriversi alla facoltà di medicina o di ingegneria ma deve rinunciare per ragioni economiche e si prepara alla carriera dell’insegnamento. Partiva da Reggio Emilia con il treno verso Milano, viveva in una piccola stanzetta in affitto  e sentiva i rumori dei bombardamenti e le urla delle persone cui si univa nei rifugi . Nel corso degli anni universitari, inseguito allo studio della dottrina e della morale cattolica, Nilde Iotti vive una profonda crisi di carattere religioso che la porta ad allontanarsi dalla fede cattolica.

Il 31 ottobre del 1942 si laurea con una tesi dal titolo” L’attuazione delle riforme in Reggio Emilia nella seconda metà del secolo XVIII”.  Dopo la laurea ritorna a Reggio Emilia e comincia ad insegnare lettere presso l’Istituto Tecnico Commerciale per geometri ”A.Sacchi”. La devastazione prodotta dal fascismo , l’avvio della guerra partigiana la sollecitano a schierarsi, a fare la sua parte. Lo fa ascoltando molte voci: prima  fra tutte quella delle  donne dei Gruppi di Difesa delle Donne, la prima grande ed unitaria organizzazione femminile aperta a tutte le donne. Ascolta la voce del cattolico La Pira, dei socialisti.

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A convincerla in modo definitivo nella scelta politica non solo contro il fascismo ma accanto al partito Comunista Italiano  fu l’ascolto della “voce gracchiante di Ercoli(Togliatti)” a Radio Londra quando annuncia la Svolta di Salerno, l’unità antifascista, il sostegno del governo Badoglio per sconfiggere il fascismo ed il nazismo e l’impegno a  costruire la democrazia progressiva, attraverso l’unità dei comunisti, socialisti e cattolici. Fin dall’inizio del suo apprendistato politico Nilde Iotti ha un atteggiamento aperto che la porta all’ascolto di tutte le voci e di tutte le culture schierate contro il fascismo. Nel 1945 ,in piena occupazione tedesca, festeggia il suo primo 8 marzo organizzando una manifestazione di donne davanti alla questura di Reggio Emilia  per richiedere la distribuzione dei viveri ed il rilascio dei detenuti politici. Nel luglio ,in occasione delle prime elezioni libere viene eletta consigliera comunale come indipendente nelle liste del PCI. Tante volte ci raccontava dei suoi  primi  comizi nelle piazze e nelle strade, a volte deserti ma solo apparentemente, perché  le donne l’ascoltavano chiuse nelle loro case dietro le finestre, poi cominciarono ad affacciarsi  sui balconi. Nell’autunno venne eletta segretaria provinciale dell’UDI che contava 23mila iscritte e svolge una attività intensa tra le donne imprimendo una svolta innovativa rispetto alla tradizionale impostazione della battaglia di emancipazione. Bisognava che le donne fossero impegnate nel lavoro ma anche nella cultura. Bisognava rivolgersi alle operaie ma coinvolgere anche le casalinghe, le insegnanti, le donne più colte. Bisognava sostenere e valorizzare gli affetti famigliari ma costruire una famiglia nuova basata sulla pari dignità tra uomini e donne e superando il rapporto autoritario con i figli .Nel 1946 si iscrive al PCI e viene eletta parlamentare con 15.936 voti di preferenza(a Reggio Emilia ottiene il 45,7 % dei voti).

Fu una delle 21 Costituenti, entra a far parte della” Commissione dei settantacinque” incaricata di elaborare la bozza del testo costituzionale. Partecipa alla  Prima Sotto Commissione che si occupa della stesura dei diritti e dei doveri. Nilde Iotti fu relatrice sul tema della famiglia ed introdusse fin da subito i temi della parità tra i sessi, del sostegno alla donna lavoratrice e madre, della equiparazione giuridica  dei figli nati nel matrimonio e quelli nati fuori del matrimonio per garantire  pari tutela e dignità a tutti i bambini/e.

Fu eletta segretaria nazionale  dell’ UDI e incontrò Togliatti. Un incrocio di sguardi mentre scendevano le scale di Montecitorio accese nei loro cuori una fiamma potente. Lei, giovane di 26 anni, Lui capo indiscusso del PCI sposato con Rita Montagna da cui aveva avuto un figlio. Fu un amore intenso, vissuto con pari intensità ,come confermano le lettere d’amore che sono pubblicate nel libro di Luisa lama “NILDE IOTTI: una storia politica femminile”(Donzelli editore).Un amore forte che entrambi vollero vivere in libertà ma che cozzava con la morale di quei tempi e che fu aspramente ostacolato dai dirigenti comunisti.

Persino Stalin era preoccupato di quella giovane donna, che aveva studiato in una scuola cattolica e che avrebbe potuto essere una spia del Vaticano , che coinvolgeva così tanto e tanta influenza esercitava sul Capo dei comunisti Italiani. Adottarono tramite affiliazione Marisa Malagoli, sorella di un operaio rimasto ucciso durante uno scontro con la polizia nel corso di uno sciopero a Modena. Erano una “strana famiglia” che viveva con grande intensità il loro legame famigliare. La carriera politica di Nilde subì una battuta d’arresto in virtù del legame d’amore con il Capo.  Fu eletta nel Comitato Centrale nel 1956 con un numero minimo di voti. Quando ci fu l’attentato a Togliatti fu la prima a correre a soccorrerlo ma fu allontanata dai dirigenti. Potè  andare al suo capezzale solo perché esplicitamente chiamata da Togliatti.  Fu riconosciuta come la sua legittima compagna  nel 1964 quando Togliatti morì.

Si occupò con particolare dedizione dei temi del Diritto di famiglia, delle pensioni alle casalinghe,  del divorzio assumendo come riferimento  l’idea di famiglia come comunità di affetti. Nel 1962 entrò nella Direzione nazionale del partito. Europeista convinta, nel 1969 viene eletta membro dell’assemblea parlamentare europea. Nel 1979 viene eletta, prima donna, Presidente della Camera. Nel suo discorso di insediamento dedicò le sue prime parole alle donne italiane, cui rimase sempre profondamente legata e fedele. A partire dalle sue amiche di Reggio Emilia. Alle donne in particolare insegnava l’eleganza della politica, che doveva nutrirsi di cultura, ricercare e promuovere il bene comune, essere capace di ascolto. Amava l’eleganza  degli abiti e della persona e ci sollecitava a curare il nostro aspetto, ad avere cura della nostra persona. Aveva una grande stima di sé ma non parlava di carriera ma di “progressione”.  Aveva una grande stima di sé ma sapeva essere semplice, disponibile e considerava fondamentale per la democrazia praticare una  politica popolare capace di rendere attive e protagoniste tutte le persone.

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Presidente imparziale, si impegnò subito per la riforma della seconda parte della Costituzione per rendere il Parlamento più efficiente .Uno dei suoi primi atti fu il Lodo Iotti, per impedire l’ostruzionismo separando la discussione sugli emendamenti dall’espressione del voto di fiducia. Cui seguì la riforma dei Regolamenti parlamentari. A meno di un anno  dalla fine del suo mandato riceve da Cossiga la nomina di senatrice a vita ma la rifiuta, preferendo restare a Montecitorio, dove l’avevano chiamata i cittadini e la fiducia dei colleghi.

Nel partito fu una innovatrice e si schierò subito dalla parte di Occhetto alla svolta della Bolognina per il superamento del PCI e costruire un nuovo soggetto politico della sinistra.

Fu l’unica donna ad avere conferito l’incarico esplorativo per formare un Governo.

Nominò Tina Anselmi, l’altra grande madre della Repubblica, Presidente della Commissione che indagava sulla P2 di Licio Gelli.

Tornata al semplice lavoro parlamentare costruì  un forte legame con” le giovani compagne” ,  ci  sostenne nelle battaglie per una nuova  legge contro la violenza sessuale, per la democrazia paritaria, per cambiare i tempi di vita e conciliare il lavoro e la famiglia, nel progetto della Carta delle Donne “dalle donne la forza delle donne” (1986). Era austera ma sapeva anche essere materna e teneva molto alla cura della sua femminilità. La ricordo quando durante i congressi  o le riunioni più impegnative tirava fuori dalla borsetta il rossetto e con grande naturalezza se lo spalmava sulle labbra e pettinava i suoi capelli.

Si impegnò per la riforma delle istituzioni, presiedendo la Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali voluta da De Mita nel 1993. Il 28 gennaio del 1998 pronuncia un importante discorso in Aula a sostegno delle riforme emerse dalla Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Credo che oggi sarebbe contenta di vedere finalmente varata la riforma del Senato e sarebbe fiera del protagonismo femminile.

Stanca e malata Nilde Iotti continua a lavorare ed a studiare sui banchi di Montecitorio fino al 18 novembre del 1999, quando lascia l’Aula dopo 53 anni, accompagnata da un lunghissimo applauso.

“Lascio con rammarico dopo 50 anni di lavoro il mio incarico di parlamentare. Mi auguro che lo spirito di unità per cui mi sono sempre impegnata prevalga nei confronti dei pericoli che minacciano la vita nazionale. Vi ringrazio per la cortesia.”

Muore pochi giorni dopo,  la notte del 3 dicembre 1999, salutata da una grandissima partecipazione popolare, confermata due giorni dopo nei funerali di  Stato. Riposa nel  cimitero del Verano di Roma accanto a Palmiro Togliatti.

Il suo messaggio di una politica bella, pulita, onesta , ricca di cultura può continuare a conquistare il cuore di tanti giovani e ragazze, esserne punto di riferimento.

Livia Turco

da L’Unità del 3 dicembre 2015

«Il principio di eguaglianza a me sta particolarmente a cuore […] E’ la sanzione solenne, costituzionale dell’ingresso delle donne nella vita politica. Avevano votato per l’Assemblea Costituente. La Costituzione con quell’articolo afferma il loro essere cittadine alla pari con tutti gli altri cittadini. Per me è un punto che fa della Costituzione italiana ancora adesso una Costituzione moderna.»

Nilde Iotti

QUI puoi vedere un video della Tribuna Politica del 1962

 

Siamo tutti Antifascisti!

presidio Siena

A seguito della scoperta da parte delle forze dell’ordine di una rete criminale ed eversiva nella nostra provincia, la nostra Associazione – fedele al proprio mandato – si associa all’appello del Presidente della Provincia di Siena. C’è bisogno oggi più che mai di testimoniare in prima persona il rigetto forte e deciso delle nostre comunità verso ogni comportamento lesivo dei valori fondanti dello stato democratico e della convivenza civile.

Per questo saremo in piazza Duomo anche noi, e invitiamo tutti a diffondere l’appello e a partecipare al Presidio antifascista che si terrà mercoledì 20 novembre  dalle 17 alle 19 davanti alla Prefettura, in Piazza Duomo a SIENA.

APPELLO DEL PRESIDENTE FRANCESCHELLI:MERCOLEDÌ 20 NOVEMBRE DAVANTI ALLA PREFETTURA PER RIBADIRE LE RADICI DEMOCRATICHE E ANTIFASCISTE.

“Siena e la sua Provincia, democratiche ed antifasciste, hanno profonde radici nella Re-pubblica e nelle sue istituzioni. Chi pensa di attentare ai fondamenti dello Stato troverà sempre donne e uomini pronte a difenderle e non troverà mai terreno fertile. Mi rivolgo alle Istituzioni, alle forze politiche democratiche, alle rappresentanze sindacali, all’ associa-zionismo, alle associazioni di categoria, alle istituzioni religiose, alle organizzazioni della società civile, alle cittadine e ai cittadini di tutta la provincia affinché mercoledì 20 dalle ore 17 alle 19, siano dinanzi alla Prefettura, che rappresenta fedelmente sul territorio la nostra Repubblica, a testimoniare che la tradizione democratica e antifascista di Siena e della sua Provincia è forte e salda in tutti noi, che non ci facciamo intimidire da chi ha follie criminali ed eversive. A chiunque semina odio noi rispondiamo con la forza della Repubblica nata dalla Resistenza. E’ altresì l’occasione per ringraziare le forze dell’ordine, la magistratura e le istituzioni tutte, che con la dedizione ed il sacrificio delle sue donne ed uomini che vi prestano servizio, difendono e perseguono chi pensa di attentare alle istituzioni dello Stato ed ai valori democratici della nostra Repubblica.”

il nostro Calendario: 12 novembre

1989: la svolta della Bolognina

Il 12 novembre del 1989 
Il 12 novembre del 1989 era domenica. Dalle 11 del mattino un gruppo di partigiani si era riunito in una sala comunale in via Tibaldi 17 a Bologna per le celebrazioni del quarantacinquesimo anniversario della battaglia di Porta Lame, un episodio della Resistenza italiana combattuto in alcuni quartieri di Bologna, tra cui Lame, Bolognina e Corticella, poi inglobati nel quartiere Navile.

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Achille Occhetto partecipò a sorpresa all’incontro. In sala erano presenti solo due cronisti, il primo dell’Unità, l’altro dell’Ansa. Occhetto chiese la parola e parlò per circa sette minuti per quello che doveva essere un discorso commemorativo, di circostanza. Occhetto disse che era tempo di «andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza (…) Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in URSS incontrò i reduci e gli disse: voi avete vinto la Seconda guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni». Disse anche le parole poi diventate più celebri: era necessario «non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso». Al cronista che gli chiese se le sue parole lasciassero presagire che il PCI avrebbe potuto anche cambiare nome, lui rispose: «Lasciano presagire tutto».

Schermata 2014-11-12 alle 10.35.29La “svolta”, secondo il racconto più diffuso, fu annunciata da Occhetto senza consultare il partito e questo fatto gli verrà rimproverato. Il giorno dopo l’annuncio la prima pagina dell’Unità (il direttore a quel tempo era Massimo D’Alema) titolava «Il giorno di Modrow. La Repubblica democratica tedesca elegge un nuovo premier». Al centro si trovava l’articolo sulla “svolta della Bolognina” intitolato: “Occhetto ai veterani della Resistenza: «Dobbiamo inventare strade nuove»”.

Della “svolta” si discusse ufficialmente il 13 novembre in segreteria del PCI e per altri due giorni in Direzione. Il tutto venne però rinviato al Comitato Centrale, che si aprì il 20 dello stesso mese. In quei giorni iniziarono comunque a delinearsi le diverse posizioni all’interno del PCI: da una parte quella che potremmo definire “la destra” del partito, fedele a Occhetto, e dall’altra parte “la sinistra” che assunse un iniziale atteggiamento di prudenza. Almeno fino al rientro da Madrid di Pietro Ingrao, storico leader della sinistra del PCI, che dichiarò: «Non sono d’accordo con la proposta avanzata da Occhetto. Spiegherò il mio dissenso nel Comitato centrale».

il Nome e la Cosa

Il 20 novembre si aprì il Comitato Centrale a Roma in via delle Botteghe Oscure. I suoi 300 membri discussero della svolta per cinque giorni (venendo accolti da 200 militanti in protesta). Nella sua relazione introduttiva Occhetto affermò di «condividere il tormento» dei compagni, ma chiese: «Fino a quando una forza di sinistra può durare senza risolvere il problema del potere, cioè di un potere diverso?». Da qui l’idea di fare un nuovo partito con altri partiti di sinistra (la «sinistra diffusa») per poi andare al governo col PSI e altri e con la DC all’opposizione. Occhetto chiuse avvertendo però che «prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica». Da quel momento in poi il dibattito sulla svolta della Bolognina sarà anche chiamato come il “dibattito sulla Cosa”. Nanni Moretti ci girò un documentario, intitolato appunto La Cosa, raccontando le discussioni – senza alcun commento – all’interno di alcune sezioni del Partito Comunista Italiano proprio nei giorni successivi alla proposta di Occhetto:

Il Comitato Centrale si concluse il 24 novembre con il voto di 326 membri su 374: i sì furono 219, i no 73 e gli astenuti 34. Il Comitato Centrale assunse la proposta del segretario «di dar vita ad una fase costituente di una nuova formazione politica», ma allo stesso tempo accettò la proposta delle opposizioni di indire un congresso straordinario entro quattro mesi. Il XIX e penultimo congresso del PCI si tenne dal 7 all’11 marzo del 1990. Le mozioni discusse furono tre: quella del segretario Achille Occhetto; quella firmata da Alessandro Natta e Pietro Ingrao, che invece si opponeva ad una modifica del nome, del simbolo e della tradizione; quella proposta da Armando Cossutta, simile alla seconda. Vinse la mozione di Occhetto con il 67 per cento delle preferenze: Achille Occhetto venne riconfermato segretario e pianse.

(da Il Post, 12 novembre 2014)

Trent’anni dopo: il commento di Achille Occhetto

https://www.la7.it/omnibus/video/achille-occhetto-infamia-storica-sottovalutare-la-svolta-della-bolognina-oggi-necessaria-una-nuova-08-11-2019-292104

L’ultimo Congresso del PCI (1991)

1989. La svolta della Bolognina
con Silvio Pons
di Massimo Gamba (RAI STORIA)

 

Il nostro Calendario: 9 novembre

1989: cade il Muro di Berlino

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Il Muro di Berlino (in tedesco: Berliner Mauer, nome ufficiale: Antifaschistischer Schutzwall, Barriera di protezione antifascista) era un sistema di fortificazioni fatto costruire dal governo della Germania Est (Repubblica Democratica Tedesca, filosovietica) per impedire la libera circolazione delle persone tra il territorio della Germania Est e Berlino Ovest (Repubblica Federale di Germania). È stato considerato il simbolo della cortina di ferro, linea di confine europea tra le zone controllate da Francia, Regno Unito e U.S.A. e quella sovietica, durante la guerra fredda.

Il muro, che circondava Berlino Ovest, ha diviso in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989, giorno in cui il governo tedesco-orientale si vide costretto a decretare la riapertura delle frontiere con la repubblica federale. Già l’Ungheria aveva aperto le proprie frontiere con l’Austria il 23 agosto 1989, dando così la possibilità di espatriare in occidente ai tedeschi dell’Est che in quel momento si trovavano in altri paesi dell’Europa orientale.

Tra Berlino Ovest e Berlino Est la frontiera era fortificata militarmente da due muri paralleli di cemento armato, separati dalla cosiddetta “striscia della morte”, larga alcune decine di metri. Durante questi anni, in accordo con i dati ufficiali, furono uccise dalla polizia di frontiera della DDR almeno 133 persone mentre cercavano di superare il muro verso Berlino Ovest. In realtà tale cifra non comprendeva i fuggiaschi catturati dalla DDR: alcuni studiosi sostengono che furono più di 200 le persone uccise mentre cercavano di raggiungere Berlino Ovest o catturate e in seguito assassinate.

Il 9 novembre 1989, dopo diverse settimane di disordini pubblici, il governo della Germania Est annunciò che le visite in Germania e Berlino Ovest sarebbero state permesse; dopo questo annuncio molti cittadini dell’Est si arrampicarono sul muro e lo superarono per raggiungere gli abitanti della Germania Ovest dall’altro lato in un’atmosfera festosa. Durante le settimane successive piccole parti del muro furono demolite e portate via dalla folla e dai cercatori di souvenir; in seguito fu usata attrezzatura industriale per abbattere quasi tutto quello che era rimasto. Ancora oggi c’è un grande commercio di piccoli frammenti, molti dei quali falsi.

La caduta del muro di Berlino aprì la strada per la riunificazione tedesca che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990.

(da Wikipedia)

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Il nostro Calendario: 19 ottobre

1944: via Maqueda, Palermo, la prima strage di Stato

Una strage di cui non esiste alcuna testimonianza fotografica.

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Giornale di Sicilia del 20 ottobre, n.130, sotto il titolo Luttuosi incidenti a Palermo durante una manifestazione contro il carovita si poteva leggere: «Poco prima di mezzogiorno molte migliaia di scioperanti sono affluiti in via Maqueda […]. La folla con alte grida ha chiesto insistentemente il pronto intervento delle Autorità per reprimere gli abusi del mercato annonario, che provoca insostenibili disagi fra le classi lavoratrici a reddito fisso. Poco dopo le forze di polizia […] sono state rafforzate da reparti di soldati inviati d’urgenza a bordo di autocarri. Il primo autocarro carico di soldati, proveniente da piazza Vigliena si inoltrava in mezzo alla folla. Ad un tratto sono rintonate delle detonazioni…».

Nelle stesse ore da Roma il governo rendeva nota la propria versione dei fatti tramite un comunicato, fuorviante e cinico, del sottosegretario per la stampa e le informazioni. «In occasione di una dimostrazione diretta ad ottenere miglioramenti di carattere economico, compiuta ieri a Palermo da impiegati delle banche e dall’esattoria, gruppi estranei sobillati, da elementi non ancora chiaramente identificati, prendevano l’iniziativa d’inscenare una manifestazione sediziosa. Davanti alla sede dell’Alto Commissariato [Palazzo Comitini, che ospitava anche la prefettura] venivano esplosi colpi di d’arma da fuoco contro reparti dell’Esercito, che erano stati costretti a reagire. Si deplorano 16 morti e 104 feriti. L’ordine pubblico è stato ristabilito. Il Comitato provinciale di Liberazione nazionale si è subito riunito ed ha dichiarato di mettersi a disposizione dell’Autorità governativa locale per la ricerca dei responsabili della manifestazione sediziosa».

Si apprenderà, poi, che il numero delle vittime era più alto e la dinamica dei fatti non veritiera, come ha avuto modo di raccontare in modo documentato Lino Buscemi: «Una spontanea manifestazione di popolo fu brutalmente repressa con bombe a mano e moschetti da soldati dell’esercito italiano. Italiani contro fratelli italiani di Palermo […]. Il sangue scivolò a fiotti lungo la via Maqueda e nelle traverse vicine. Gravissimo il bilancio: 24 morti e 158 feriti, accertati sia dalla commissione d’inchiesta appositamente nominata che dalla discussa sentenza del tribunale militare di Taranto», che peraltro «avrebbe escluso dall’elenco le vittime Cataldo Natale di anni 35 e Monti Carlo di anni 34, in quanto non vi erano prove sufficienti per accertare che fossero realmente deceduti a causa della sparatoria di via Maqueda. Le sole due donne decedute, Anna Pecoraro e Cristina Parrinello, lavoravano proprio di fronte la prefettura, in una stireria. Atroce la loro morte: i soldati scagliarono la loro bomba proprio dentro il negozio!». Nessun colpo di arma da fuoco fu dunque esploso, il 19 ottobre, contro i militari. (…)

 puoi leggere qui il resto dell’articolo di Giuseppe Oddo.

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il nostro Calendario: 14 Luglio 1789

230 anni fa, la presa della Bastiglia

 

Dalla primavera del 1788 in Francia la situazione è ormai catastrofica. La crisi dell’agricoltura causata dal freddo e disastrose grandinate riducono i villaggi alla miseria. A Parigi il prezzo del pane raddoppia e aumenta anche lo scontento popolare, mentre in molte province scoppiano disordini. A Versailles, invece, il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta danno scandalo per il fasto dei loro banchetti, per lo sfoggio di abiti lussuosissimi e per la vita economicamente dissoluta, mentre il paese è sull’orlo della bancarotta. Luigi XVI ricorre a Jacques Necker, politico ed economista svizzero, come ministro dell’economia. Il suo principale tentativo è quello di ottenere la ripartizione egualitaria nel pagamento delle tasse, da cui nobiltà e clero erano esclusi. Le classi borghesi e popolari, riunite nel “Terzo Stato”, sono i ceti che soffrono maggiormente il peso tributario. Il 5 maggio 1789 viene indetta l’Assemblea degli Stati Generali. Sono passati ben 175 anni dall’ultima volta. Il “Terzo Stato” ha la maggioranza numerica di deputati, ma il suffragio si svolgerà non per voto pro capite, bensì per ordine sociale, soluzione quest’ultima che avvantaggerebbe l’alleanza fra clero e nobiltà.  Ma il 20 giugno del 1789, il “Terzo Stato”, insieme ad una piccola percentuale di esponenti degli altri due ceti, si ritira dagli Stati Generali per costituire “L’Assemblea dei deputati della Nazione”. La loro autoproclamazione è di fatto un affronto al Re in persona. La soluzione politica che Luigi XVI aveva affidato al ministro Necker, è ormai irrealizzabile. La nuova Assemblea si ritira nella sala dedicata al gioco della palla corda, per proclamare un giuramento solenne.

La destituzione del ministro delle Finanze Jaques Necker, da parte del sovrano Luigi XVI, è per Parigi la prova inconfutabile della congiura aristocratica, il segno della bancarotta e della controrivoluzione. Così la mattina del 14 luglio 1789 la popolazione parigina insorge, riversandosi nelle strade con una bandiera tricolore: nasce la drapeau française. Il rosso e il blu simboleggiano Parigi, il bianco è il colore della dinastia borbonica.  Quella mattina settemila insorti attaccano l’armeria de l’Hotel Des Invalides.

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Targa all’angolo tra rue Saint-Antoinet e rue Jacques Coeur, Parigi 4° arrond.

Il bottino è di quasi trentamila fucili e diversi cannoni, ma della polvere da sparo nessuna traccia. Il popolo però sa dove trovarla: a Saint Antoine, nel centro della città, dove sorge la fortezza della Bastiglia. Prende avvio l’assedio di questo tetro carcere, simbolo dell’Ancien Régime, costruito sotto il regno di Carlo V, che detiene al momento dell’insurrezione solo sette prigionieri: quattro falsari, il Conte di Solages e due folli. Annientata l’ultima resistenza delle guardie del comandante De Launay, la Bastiglia è presto conquistata da migliaia di rivoltosi.

 

 

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Prise de la Bastille, gravure « «d’après des estampes d’époque » parue en 1897 dans les «Annales politiques et littéraires »

Luigi XVI, sconvolto, decide di riassumere il ministro Jacques Necker e spera in una tregua, ma la protesta è ormai dilagata nelle maggiori città del paese e non solo. Le notizie che giungono da Parigi, unite all’insostenibile condizione determinata da più di un decennio di recessione, spingono alla ribellione. A dare adito all’insurrezione è la rabbia accumulata, la carestia e la disperazione della popolazione francese. Con la presa della Bastiglia e il martirio dei parigini uccisi per la libertà, si accende la prima scintilla della Rivoluzione, un colpo violento che sarà il primo di una lunga serie. Da quel 14 luglio 1789, la rivolta, divenuta rivoluzione, ha trionfato sul potere assoluto, delineando le sorti di una Nazione. E, per la Francia così come per tutti i popoli dell’Europa, niente sarà più come prima.

La “festa della Federazione”, il 14 luglio 1790, celebra in pompa magna il primo anniversario dell’insurrezione. A Parigi, al Campo di Marte, Talleyrand celebra una messa sull’altare della patria.

Su proposta di legge del deputato della Seine, Benjamin Raspail, il 14 luglio diventa festa nazionale della Repubblica.

 

Ascolta La Marsigliese, che diventerà inno nazionale francese il 15 luglio 1795, cantata da Georges Thill

Qui il primo episodio di una serie in quattro puntate coprodotta dalla Rai, sulla Rivoluzione francese.

Per saperne di più vedi anche gli altri episodi della serie.

Da leggere:

Albert Mathiez, Georges Lefebvre, La Rivoluzione francese, Einaudi, 1970

Wu Ming, L’armata dei sonnambuli, Einaudi, 2015