Almanacco: Speciale Statuto dei Lavoratori – 1970

Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa, e vuole che, questi diritti siano rispettati da tutti e, in primo luogo dal padrone (…) perciò sottoponiamo al Congresso un progetto di “Statuto” che intendiamo proporre, non come testo definitivo, alle altre organizzazioni sindacali (…) per poter discutere con esse e lottare per ottenerne l’accoglimento e il riconoscimento solenne.

Giuseppe Di Vittorio, Congresso Cgil di Napoli, 1952.

Passato alla storia come lo Statuto dei Lavoratori, in realtà è la legge 300 del 1970 intitolata “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”.

Era stata approvata alla Camera il 15 maggio con i 217 voti favorevoli della maggioranza al governo (democristiani, socialisti unitari e liberali) e dei repubblicani. Missini, Pci e Psiup si erano astenuti: in particolare i comunisti, pur essendo d’accordo con il testo, lamentavano la mancanza di tutele per i lavoratori delle imprese più piccole – quelle con meno di 15 dipendenti.

È una legge fondamentale del diritto del lavoro italiano che ancora oggi costituisce la disciplina di riferimento per i rapporti tra lavoratore e impresa e i diritti sindacali.

Approvato a seguito delle lotte sindacali della fine degli anni sessanta, in particolare la lunga vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e il loro «autunno caldo» del 1969, in realtà è stato preceduto dall’introduzione nell’ordinamento di alcune significative norme di tutela e garanzia per i lavoratori, quali la Legge 1124 del 1965 in materia di infortuni e malattie professionali, la Legge 903 del 1965 in materia pensionistica e la Legge 604 del 1966 in materia di licenziamenti, tutte ascrivibili ai governi di centrosinistra.

Lo Statuto ha rappresentato una svolta dal punto di vista sia politico che giuridico, nel sancire positivamente alcuni dei diritti fondamentali del lavoratore e delle sue rappresentanze sindacali.

Da quaranta anni costituisce uno strumento di tutela giuridica imprescindibile nell’ambito del diritto del lavoro.

Il titolo Primo dello Statuto (gli articoli dall’1 al 13) disciplina i diritti e divieti volti a garantire la libertà e dignità del lavoratore; in particolare in materia di libertà di opinione del lavoratore (articolo 1), regolamentazione del potere di controllo (articoli dal 2 al 6) e disciplinare (articolo 7), di mansioni e trasferimenti (articolo 13).

Il titolo Secondo (articoli dal 14 al 18), dedicato alla libertà sindacale, nell’affermare e disciplinare il principio cardine del diritto di costituire associazioni sindacali nei luoghi di lavoro e di aderirvi (articolo 14), sancisce la nullità degli atti discriminatori (articolo 15), pone il divieto di costituire o sostenere sindacati di comodo (articolo 17) e, allo scopo di rendere effettivi tali diritti, introduce la garanzia della stabilità del posto di lavoro, disponendo le tutele accordate al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo (articolo 18), modificato più volte e in pratica cancellato dal Jobs act di Renzi.

Nel titolo Terzo si tracciano le prerogative dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro, attraverso il riconoscimento al sindacato del potere di operare nella sfera giuridica dell’imprenditore, per il conseguimento dei propri obiettivi di rappresentanza e di tutela. Valgono a tale scopo il fondamentale diritto alla costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali (articolo 19), nonché le ulteriori prescrizioni finalizzate a consentire l’esercizio dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro, nelle sue varie forme di manifestazione (assemblea, affissione, permessi, locali e garanzie della funzione sindacale – articoli dal 20 al 27).

Tra le disposizioni del titolo Quarto, oltre a quelle in materia di permessi e aspettative per i dirigenti sindacali (articoli dal 30 al 32), assume una posizione cruciale l’articolo 28, che predispone un particolare strumento giudiziario volto a reprimere condotte antisindacali, in quanto impeditive o limitative dell’esercizio dell’attività sindacale o del diritto di sciopero. Si tratta di una norma di centrale importanza nel disegno complessivo dello Statuto, in quanto legittima il sindacato ad agire direttamente nei confronti dell’imprenditore e a ottenere una pronuncia giudiziale di condanna, con ciò sancendo nella sostanza l’effettività dei diritti sindacali enunciati.


“L’autunno caldo scrisse il testo” – Intervista a Giorgio Benvenuto

(Massimo Franchi, il Manifesto, 20.05.2020)

Sono un superstite, uno dei pochi rimasti, ma sono contento di raccontare una pagina nobile della storia del nostro paese». A 82 anni Giorgio Benvenuto in questi giorni passa da un intervento Skype alle interviste televisive con la lucidità di un ragazzo che parla con passione di una battaglia vinta.

Benvenuto, lei divenne segretario generale della Uilm nel 1969 dopo una lunga gavetta sindacale. Furono dodici mesi indimenticabili.

Sono entrato nel sindacato nel 1955 e mi laureai in giurisprudenza alla Sapienza di Roma nel 1960 con una tesi sulle Commissioni interne nelle fabbriche. Se l’intuizione di una legge organica per i lavoratori si può far risalire addirittura a Turati con “Rifare l’Italia” del 1919 e poi alla Fiom di Buozzi, martire del fascismo, prima di Di Vittorio che lo disegnò organicamente negli anni ’50, in realtà la sua approvazione è arrivata tardi rispetto agli altri paesi europei. Lo spazio politico si era aperto nel 1963 con la sollevazione contro il governo Tambroni e l’avvio del centrosinistra con Moro. Il boom economico fu fatto sulla pelle dei lavoratori e le fabbriche in quegli anni erano turbinose. Ricordo che noi ci entravamo solo scortati dai lavoratori con i capi del personale che ci diffidavano dall’entrare e poi ci denunciavano perché al tempo le fabbriche erano «proprietà privata». Con lo Statuto arrivò l’amnistia per 14mila denunce, io ne avrò avute decine e decine. Ma tutto fu figlio della nostra lotta dell’autunno caldo.

Lei da socialista a chi dà la palma del vero autore dello Statuto: Gino Giugni o Giacomo Brodolini?

Tra i due, capisco spiazzandola, le direi Donat Cattin. Perché è vero che Brodolini presentò la proposta di legge nel 1969, ma poi purtroppo morì e fu sostituito come ministro del Lavoro dal democristiano Donat Cattin che ebbe l’intelligenza di confermare Gino Giugni come braccio destro al ministero, dando continuità al progetto. Fu Giugni a trovare le soluzioni pratiche che fecero accelerare l’approvazione dello Statuto. E in più fece anticipare le norme previste nella trattativa nel contratto dei metalmeccanici. Diritto di assemblea, deleghe, diritti dei sindacalisti: tutte quelle clausole contrattuali finirono poi nella legge. Una legge non calata dall’alto ma nata dal nostro impegno unitario.

Il Pci però si astenne:considerava lo Statuto insufficiente. Ci furono pressioni in quelle settimane?

Nessuna pressione sul sindacato. Il Pci sosteneva che si sarebbe potuto fare di più ed era contrario al fatto che i diritti previsti dallo Statuto si esprimevano in diritti in capo al sindacato e non ai lavoratori. Fu lo stesso Donat Cattin a difendere anche l’articolo 28: il comportamento antisindacale con decisione immediata del giudice.

A livello sindacale però le cose non furono così semplici: voi metalmeccanici eravate in una situazione complicata con le confederazioni.
Sì, la Cisl storicamente e ancora oggi è sempre stata contraria a legiferare su questioni contrattuali. In più nel 1969 sia noi come Uilm che la Fim Cisl uscimmo sconfitti – seppur di pochi voti – nei congressi confederali di Uil e Cisl sulla questione dell’unità dei metalmeccanici che poi sfociò nella Flm. Fu molto dura portare avanti la trattativa del contratto dei metalmeccanici da soli ma riuscimmo ad imporre che le confederazioni ne rimanessero fuori. Ricordo che alla grande manifestazione di Roma decidemmo di non far parlare i segretari generali: con Storti (segretario Cisl, ndr) e Vanni (segretario Uil, ndr) non fu difficile, ma Bruno Trentin disse: «E chi glielo va a dire a Novella? (l’allora segretario generale della Cgil, ndr)». Pierre Carniti gli rispose: «Gielo vai a dire tu». Bruno era interdetto, ma Pierre lo convinse: «Ce la fai, ce la fai». L’altro momento terribile fu il 19 novembre con la manifestazione per la casa e l’uccisione del poliziotto Annarumma. Saragat in qualche modo addossò la colpa a noi sindacati e per tornare in piazza il ministro democristiano Restivo ci chiese di prendere la responsabilità dell’ordine pubblico: lo facemmo e andò tutto bene, nessun incidente. La conquista dello Statuto fu possibile solo perché in quell’anno ci fu uno spirito straordinario di partecipazione. La nostra unità, anche umana, era fortissima. Quella legge la scrissero i lavoratori con la loro lotta.

Benvenuto, lo Statuto compie oggi cinquanta anni. Mantenerne lo spirito è sacrosanto, il mondo del lavoro però è cambiato totalmente. Lei come lo aggiornerebbe?

Certo, lo Statuto è tarato sull’industrializzazione e il lavoro in fabbrica. Oggi invece il lavoro è frammentato e precario. L’Italia fino agli anni novanta si è salvata svalutando la Lira; da lì in poi, non potendo svalutare l’Euro, si è svalutato il lavoro. Dare nuovi diritti nell’epoca della globalizzazione e della finanziarizzazione è ancora più difficile. Lo sviluppo tecnologico, l’intelligenza artificiale hanno creato disparità e diseguaglianze spaventose nel campo della conoscenza. Questo però paradossalmente ci riavvicina alla nostra battaglia: noi chiedemmo le 150 ore per gli operai perché ritenevamo centrale che gli operai capissero come andava il mondo; oggi bisogna reimpadronirsi della conoscenza. La pandemia è un dramma e allo stesso tempo un’occasione formidabile per ribaltare il mondo e limitare il potere della finanza, rimettendo al centro la persona. Serve una grande attività progettuale da parte del sindacato. Non è facile ma nemmeno impossibile: un rilancio del suo ruolo arricchirebbe la democrazia.


Ignorammo l’evento, eravamo proprio extraparlamentari

(Luciana Castellina, il Manifesto, 20.05.2020)

Non era per caso che nel ’68-69 ci definissimo «sinistra extraparlamentare»: lo eravamo proprio, sia pure alcuni non molto a lungo – il Manifesto-Pdup – altri al di là del buonsenso.

È un fatto che anche noi quando in Parlamento venne approvato lo Statuto dei lavoratori, il 20 maggio 1970, quasi ignorammo l’evento; e del resto, come si sa, anche il Pci, sia pure per ragioni diverse dalle nostre, prese le distanze dalla nuova legge; e si astenne.

Nel cinquantesimo anniversario di quello che ora consideriamo, e a ragione , un evento storico, qualcuno ha messo in rete un articolo che Quaderni Piacentini, una delle riviste più serie dell’epoca, aveva allora dedicato all’argomento, condannando senza mezzi termini la nuova legge come una truffa ai danni dei lavoratori. In capo all’articolo l’anonima mano ha scritto: «Oggi stringiamo i denti per difendere ciò che ne è rimasto». Oggi è in effetti difficile capire come l’intera nuova sinistra abbia potuto esprimere un simile giudizio negativo sullo Statuto dei lavoratori.

Fu un errore – su questo non credo ci sia più nessuno che abbia dubbi – non considerare quella legge una importante conquista. Che peraltro accoglieva una richiesta avanzata da Giuseppe Di Vittorio già al congresso della Cgil del 1952. E che introduceva la Costituzione nel recinto della fabbrica, fino ad allora spazio extraterritoriale chiuso all’interferenza di un imperio che non fosse quello dettato dal padrone.

Per capire come sia potuto accadere bisogna riandare a quel tempo e al dibattito che l’accompagnò. Quel giudizio così drasticamente negativo, e il disinteresse con cui la legge fu accolta, aveva alla base un’ipotesi non del tutto destituita di fondamento, che animò infatti, allora, una vasta riflessione, che affrontava, ben oltre lo Statuto dei lavoratori, il tema generale del ruolo delle riforme.

Noi tutti, e con noi una parte dello stesso sindacato, consideravamo i rapporti di forza conquistati dagli operai nelle fabbriche ben più favorevoli di quelli esistenti a livello politico e temevamo che la linea del Pci, che puntava sulle riforme, fosse un modo per ridurre la radicalità dello scontro, spostando il confitto sull’infido e incontrollabile terreno della mediazione parlamentare.

Il timore, insomma, era di smarrire la centralità che con le lotte era stata data al controllo sulla organizzazione della produzione, sul cuore del sistema. Tanto è vero che quando ci si accorse che non si poteva migliorare la condizione operaia senza prendere in considerazione quanto la determinava anche fuori dallo stabilimento – l’abitazione,la scuola, la salute – le lotte in merito vennero affidate dal movimento non ai lavori parlamentari ma ai Consigli di Zona, la trasposizione sul territorio dei propri autonomi organismi di potere, i Consigli di fabbrica, forse la più importante conquista strappata nell’autunno caldo del ’69.

Potere Operaio, e parte di Lotta Continua, spinsero il rifiuto del terreno istituzionale fino a teorizzare la possibilità di mettere in ginocchio attraverso la lotta di fabbrica il potere capitalista. E ritennero che le riforme avrebbero addirittura rafforzato il capitalismo, in quanto avrebbero razionalizzato il sistema.

Noi, come qualche altro gruppo, ci muovemmo in modo diverso, cercando di consolidare il potere costruito in fabbrica e di garantirne l’autonomia, sì da poterlo proiettare sul terreno politico. Fu questa la linea che assunse anche la parte migliore del sindacato, a partire dalla unitaria Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm); e questo garantì la lunga durata del ’68 italiano, che non aveva, né poteva avere, un obiettivo rivoluzionario, un sovvertimento che avrebbe presupposto ben altro processo storico.

L’ipotesi rivoluzionaria fu, con la sua consueta causticità, ridicolizzata dal leader sindacale della Fim-Cisl Pierre Carniti in un’intervista al Manifesto: «Non esiste in astratto una distinzione fra riforme necessarie e riforme che aiutano il sistema – disse -. Il padrone non si siede al tavolo per concordare la sua estinzione. L’esito si misura dunque dal potere che l’operaio conquista, dal mutamento dei rapporti di forza».

Rileggendo il Manifesto rivista – il quotidiano uscì il 28 aprile del 1971, un anno e mezzo dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori – si trova puntualmente, tuttavia, e sin dall’inizio – anche quando persiste la diffidenza per lo spostamento dell’epicentro della lotta operaia sul viscido terreno parlamentare – il richiamo alla necessità, a un certo punto, di trovare uno sbocco politico, e cioè un momento di mediazione che consolidasse il potere conquistato in fabbrica che avrebbe altrimenti rischiato di non tenere.

Quello sbocco non lo trovammo, per tante ragioni che ci sono a tutti note. È un fatto che è proprio attorno allo Statuto dei lavoratori che si sono andati in questi decenni misurando i rapporti di forza nel nostro paese.Contro questa legge sono stati scagliati un referendum dopo l’altro nella speranza di debellarlo; e poi, più pesantemente, i decreti di Berlusconi, di Monti, di Renzi, con il suo job act. Ci si sono messi pure i radicali che, denunciando di «abuso» quella che chiamarono «Trimurti» (le tre confederazioni sindacali) cercarono con un referendum di rendere quasi impossibile il loro autofinanziamento.

Ma lo Statuto è anche diventato la legge più tenacemente da decenni difesa dai lavoratori e che ha visto prodursi in suo favore la manifestazione di protesta, forse la più grande della storia sindacale italiana: quando all’appello dell’allora segretario della Ggil Sergio Cofferati risposero tre milioni di lavoratori.

La linea di quasi tutta la nuova sinistra mutò con gli anni, tanto è vero che nel 1976, con la lista comune denominata Democrazia Proletaria, si presentarono alle elezioni politiche oltre al Pdup, anche Lotta Continua, Avanguardia operaia, il Movimento socialista dei lavoratori. Nonostante tutti i suoi limiti quella esperienza aiutò a capire quanto la forza accumulata dalla classe operaia con le lotte innescate con l’autunno caldo del 1969 poteva pesare, e abbia in effetti pesato, per strappare riforme essenziali: il sistema sanitario nazionale, le pensioni,i diritti civili.E quanto importante sia stato riuscire ad arrivare alle mediazioni che le hanno rese possibili.

Già sul numero del giugno ’69 del Manifesto rivista, del resto, Lucio Magri aveva sottolineato l’ urgenza di trovare uno sbocco politico a una radicalizzazione delle lotte che altrimenti non avrebbe potuto stabilizzarsi. È quello che da allora abbiamo cercato di fare.

Adesso tutto è più difficile, ma sarebbe già molto che di quella straordinaria esperienza degli anni ’70, pur carica di errori ma anche di scoperte, conservassimo la capacità di tener al centro la questione del lavoro. Ormai diversissimo da quello di allora, ma pur sempre lavoro.

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“Sono passati decenni, non solo dal 1969 ma dagli anni 50, quando la solidarietà e l’unità erano l’obiettivo e il sogno di una minoranza determinata, che riusciva a infondere fiducia, a dare la forza di resistere – non per la sopravvivenza di ciascuno ma per la salvaguardia di alcuni valori che la crisi del comunismo non ha nemmeno scalfito. E questi decenni, questa memoria, semplicemente non esistono per milioni di lavoratori nell’Italia di oggi: anche perché ci sono gli avvoltoi, gli avventurieri della politica che contribuiscono a cancellare anche le tracce di questa memoria per potere manipolare lo smarrimento, la decomposizione dell’unità di classe, la guerra fra lavoratori e per cavalcare tutte le rivolte contro la solidarietà di classe, nobilitandole come espressioni creative della democrazia di base, per asservirle alle loro avventure politiche, che non hanno nemmeno la grandezza della scommessa su una vittoria possibile di un’utopia autoritaria, ma solo la meschina ambizione di poter pesare – da posizioni di comando – nel mercato politico”.

(a cura di Iginio Ariemma, Bruno Trentin, Diari (1988-1994), Ediesse, 2017)


La canzone: O Cara Moglie (1966)

O cara moglie, stasera ti prego, dì a mio figlio che vada a dormire, perchè le cose che io ho da dire non sono cose che deve sentir. Proprio stamane là sul lavoro, con il sorriso del caposezione, mi è arrivata la liquidazione, m’han licenziato senza pietà. E la ragione è perchè ho scioperato per la difesa dei nostri diritti, per la difesa del mio sindacato, del mio lavoro, della libertà . Quando la lotta è di tutti per tutti il tuo padrone, vedrai, cederà ; se invece vince è perchè i crumiri gli dan la forza che lui non ha. Questo si è visto davanti ai cancelli: noi si chiamava i compagni alla lotta, ecco: il padrone fa un cenno, una mossa, e un dopo l’altro cominciano a entrar. O cara moglie, dovevi vederli venir avanti curvati e piegati; e noi gridare: crumiri, venduti! e loro dritti senza piegar. Quei poveretti facevano pena ma dietro loro, la sul portone, rideva allegro il porco padrone: l’ho maledetto senza pietà . O cara moglie, prima ho sbagliato, dì a mio figlio che venga a sentire, chè ha da capire che cosa vuol dire lottare per la libertà chè ha da capire che cosa vuol dire lottare per la libertà.

(Ivan Della Mea, O Cara Moglie, 1966)

La Mostra online

www.Statutodeilavoratori50.it

Il film: Contratto (1970) di Ugo Gregoretti

Intervista a Ugo Gregoretti

 

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