100 anni del PCI: 21 gennaio 1921/2021

Anche l’Associazione la Quercia – Siena si prepara a partecipare attivamente al calendario nazionale di iniziative a ricordo e testimonianza di quel giorno in cui a Livorno maturarono le premesse per la nascita del Partito Comunista Italiano. 

Per contribuire in maniera costruttiva e non meramente celebrativa, abbiamo organizzato un evento on line nel quale sarà presentato il lavoro svolto fin qui di catalogazione dei fondi dell’archivio del PCI senese. Il catalogo del Fondo archivistico del PCI senese è da oggi disponibile on line nella sezione  Archivi del P.C.I. dell’Istituto Gramsci. Si tratta di un passaggio molto importante, poiché d’ora in poi il catalogo diventa finalmente disponibile per la ricerca e la libera consultazione.Un lavoro che sarà utile a ricercatori e studiosi che vogliano approfondire storia e dinamiche del PCI della nostra provincia.

 Questa la scaletta degli interventi:

Giovedì 21 gennaio 2021 alle ore 17

Il PCI senese: ecco l’archivio!

Introduce: Tiziano Scarpelli – Presidente Associazione la Quercia – Siena 

Interventi:

Stefano Moscadelli – docente di Archivistica UNISI 

Alessandro Orlandini – già Presidente ASMOS 

Luigi Berlinguer – onorevole 

L’incontro verrà trasmesso in diretta on line sulla pagina Facebook di Tvedo Web Tv: https://www.facebook.com/tvedo.tv

Per conoscere tutte le iniziative in cantiere per i 100 anni del PCI puoi scaricare qui il programma :

il nostro Calendario: 1 Dicembre

Montgomery, Alabama, 1° dicembre 1955: terminata la giornata lavorativa, la quarantaduenne Rosa Parks, di pelle nera e di professione sarta, prende l’autobus 2857, diretta a casa. Si siede in una fila centrale, ma quando dopo poche fermate sale un passeggero bianco, il conducente le chiede di alzarsi per lasciargli il posto, come impongono le regole.

«Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro […]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire».

Il conducente fermò il veicolo e chiamò due agenti di polizia per risolvere la questione: Rosa Parks fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine che obbligavano le persone di colore a cedere il proprio posto ai bianchi nel settore comune, quando nel settore riservato ai bianchi non vi erano posti disponibili.

La scultura di Rosa Park nello storico autobus custodito nel National Civil Rights Museum idi Memphis.

Quella notte, cinquanta leader della comunità afroamericana guidati da un pastore protestante, Martin Luther King, si riunirono per decidere le azioni da intraprendere per reagire all’accaduto, mentre già avevano avuto luogo le prime reazioni violente. Il giorno successivo incominciò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, protesta che durò per 381 giorni; dozzine di pullman rimasero fermi per mesi finché non venne rimossa la legge che legalizzava la segregazione. Questi eventi diedero inizio a numerose altre proteste in molte parti del paese. Lo stesso King scrisse sull’episodio descrivendolo come «l’espressione individuale di una bramosia infinita di dignità umana e libertà», aggiunse che Rosa «rimase seduta a quel posto in nome dei soprusi accumulati giorno dopo giorno e della sconfinata aspirazione delle generazioni future».

Nel 1956 il caso di Rosa Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che decretò, all’unanimità, incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama. Da quel momento, Rosa Parks diventò un’icona del movimento per i diritti civili.

Nel 1865, a conclusione della guerra civile americana, gli Stati Uniti aboliscono la schiavitù. Seguono altri provvedimenti che tendono a garantire diritti civili per gli afroamericani e la loro integrazione nella società. Ma dagli anni ’80 si scatena la reazione dei razzisti bianchi e in molti Stati del sud vengono approvate leggi locali che limitano questi diritti, compreso quello di voto, e introducono una rigida segregazione razziale. Un quadro normativo che rimane pressoché inalterato fino alla metà del Novecento, mentre le disparità sociali ed economiche tra bianchi e neri crescono. Ma, dopo la Seconda Guerra Mondiale, le associazioni per i diritti civili degli afroamericani intensificano il loro attivismo.

Il 13 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sugli autobus dell’Alabama. Questa vittoria apre la strada a un decennio di intense battaglie per i diritti civili, sempre all’insegna della non violenza, che culminano, nel 1964 e nel 1965, con l’approvazione di due leggi che garantiscono la fine della segregazione razziale e il pieno diritto di voto agli afroamericani. La questione afroamericana è sempre stata la spina nel fianco degli Stati Uniti d’America, il lato oscuro che ha accompagnato la crescita della più grande democrazia occidentale.

Guarda lo speciale su Raiplay: https://www.raiplay.it/video/2020/01/Passato-e-Presente—Rosa-Parks-ecd81115-251e-4073-ac94-c2161c2986d4.html

il nostro Calendario: 1 Dicembre

Montgomery, Alabama, 1° dicembre 1955: terminata la giornata lavorativa, la quarantaduenne Rosa Parks, di pelle nera e di professione sarta, prende l’autobus 2857, diretta a casa. Si siede in una fila centrale, ma quando dopo poche fermate sale un passeggero bianco, il conducente le chiede di alzarsi per lasciargli il posto, come impongono le regole.

La scultura di Rosa Park nello storico autobus custodito nel National Civil Rights Museum idi Memphis.

«Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro […]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire».

Il conducente fermò il veicolo e chiamò due agenti di polizia per risolvere la questione: Rosa Parks fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine che obbligavano le persone di colore a cedere il proprio posto ai bianchi nel settore comune, quando nel settore riservato ai bianchi non vi erano posti disponibili.

Quella notte, cinquanta leader della comunità afroamericana guidati da un pastore protestante, Martin Luther King, si riunirono per decidere le azioni da intraprendere per reagire all’accaduto, mentre già avevano avuto luogo le prime reazioni violente. Il giorno successivo incominciò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, protesta che durò per 381 giorni; dozzine di pullman rimasero fermi per mesi finché non venne rimossa la legge che legalizzava la segregazione. Questi eventi diedero inizio a numerose altre proteste in molte parti del paese. Lo stesso King scrisse sull’episodio descrivendolo come «l’espressione individuale di una bramosia infinita di dignità umana e libertà», aggiunse che Rosa «rimase seduta a quel posto in nome dei soprusi accumulati giorno dopo giorno e della sconfinata aspirazione delle generazioni future».

Nel 1956 il caso di Rosa Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che decretò, all’unanimità, incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama. Da quel momento, Rosa Parks diventò un’icona del movimento per i diritti civili.

Nel 1865, a conclusione della guerra civile americana, gli Stati Uniti aboliscono la schiavitù. Seguono altri provvedimenti che tendono a garantire diritti civili per gli afroamericani e la loro integrazione nella società. Ma dagli anni ’80 si scatena la reazione dei razzisti bianchi e in molti Stati del sud vengono approvate leggi locali che limitano questi diritti, compreso quello di voto, e introducono una rigida segregazione razziale. Un quadro normativo che rimane pressoché inalterato fino alla metà del Novecento, mentre le disparità sociali ed economiche tra bianchi e neri crescono. Ma, dopo la Seconda Guerra Mondiale, le associazioni per i diritti civili degli afroamericani intensificano il loro attivismo.

Il 13 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sugli autobus dell’Alabama. Questa vittoria apre la strada a un decennio di intense battaglie per i diritti civili, sempre all’insegna della non violenza, che culminano, nel 1964 e nel 1965, con l’approvazione di due leggi che garantiscono la fine della segregazione razziale e il pieno diritto di voto agli afroamericani. La questione afroamericana è sempre stata la spina nel fianco degli Stati Uniti d’America, il lato oscuro che ha accompagnato la crescita della più grande democrazia occidentale.

Guarda lo speciale su Raiplay: https://www.raiplay.it/video/2020/01/Passato-e-Presente—Rosa-Parks-ecd81115-251e-4073-ac94-c2161c2986d4.html

Addio a Francesco Nerli

Si è spento all’età di 72 anni Francesco Nerli. Aveva iniziato da ragazzo a coltivare la passione per la politica: nel Sessantotto era alla testa del movimento studentesco a Siena. Aveva ricoperto molte cariche all’interno del sindacato Cgil (come segretario territoriale della Fiom e della stagione unitaria nella Flm, come leader nazionale della Fillea e come dirigente della direzione nazionale Cgil Cisl Uil) così come nel Partito comunista (Segretario della Federazione Provinciale di Siena dal 1983, poi viene eletto Deputato nel 1987, quindi Senatore nel 1992).

Questo è il testo del telegramma che abbiamo inviato alla sua famiglia:

Addolorati per la scomparsa di Francesco, ricordando i lunghi anni di militanza politica vissuti insieme, sentiamo il bisogno di porgervi le nostre più sentite condoglianze a nome personale e della Associazione culturale La Quercia di Siena. – Tiziano Scarpelli, Franco Cigna, Pierluigi Marrucci

il nostro Calendario: 16 novembre

1940: i nazisti chiudono con un muro il ghetto di Varsavia

File:The Wall of ghetto in Warsaw - Building on Nazi-German order August  1940.jpg - Wikipedia

Il ghetto ebraico di Varsavia (in tedesco Jüdischer Wohnbezirk in Warschau) fu istituito dal regime nazista il 16 ottobre 1940 nella città vecchia di Varsavia. Con i suoi 450.000-500.000 abitanti fu il più grande tra i ghetti nazisti in Europa. Il quartiere Nalewki, pieno di condomini e privo di spazi verdi, era la zona tradizionalmente abitata dalla comunità ebraica di Varsavia, allora la più numerosa al mondo dopo quella di New York. Oltre al polacco, vi si parlavano l’yiddish, l’ebraico e il russo (dagli ebrei che erano fuggiti dalla Russia). Prima dell’invasione tedesca della Polonia nel settembre 1939, nella zona abitavano anche non-ebrei e gli ebrei avevano piena libertà di spostarsi e stabilirsi anche negli altri quartieri della città. Sotto il Governatorato Generale Tedesco, l’istituzione del ghetto come luogo esclusivo di residenza coatta della popolazione ebraica locale fu il primo passo nel processo che avrebbe portato nel giro di pochi anni allo sterminio della quasi totalità dei suoi abitanti.

16 novembre 1940 - si innalza il muro intorno al Ghetto di Varsavia -  Periodico Daily

Nella Polonia occupata iniziarono anche le attività di segregazione e di isolamento della popolazione ebraica: questa, che prima della guerra viveva in buona parte in ghetti privi di mura, venne costretta dapprima ad indossare bracciali raffiguranti la stella di David e successivamente ad essere completamente “concentrata” all’interno dei ghetti ed anche a Varsavia tutti gli ebrei che vi vennero trasferiti furono obbligati a risiedere nel ghetto:

«Fin dall’estate del 1940, i Tedeschi facevano costruire nelle strade dei muri, per isolare i gruppi di case. A poco a poco, questi tronconi di muri si congiungevano, isolando un quartiere, verso il quale venivano avviati gli ebrei espulsi dai villaggi e dalle cittadine di provincia. Dal 1º luglio 1940, fu loro vietato di risiedere altrove che nel settore così delimitato. L’ordinanza del 16 ottobre prescriveva il trasferimento in questo quartiere dei centoquarantamila ebrei di Varsavia che abitavano fuori dai confini di esso, e l’evacuazione degli ottantamila polacchi che vi risiedevano. E dal 16 novembre gli ebrei di Varsavia non poterono più uscire dal ghetto senza speciale autorizzazione».

Nell’agosto del 1940 ebbe inizio la costruzione del muro che separò il ghetto dal resto della città.

Il ghetto di Varsavia occupava uno spazio di quattro chilometri di lunghezza e circa due e mezzo di larghezza, esso comprendeva, oltre l’antico ghetto medievale, le vie del rione industriale e l’autostradaper Berlino e per Poznań lo attraversava dividendolo in due parti, il ghetto grande ed il ghetto piccolo. Nell’ottobre del 1939, dopo la fine della campagna di Polonia, le autorità tedesche censirono la popolazione ebraica della capitale, quantificandola in 359.827 persone, a cui se ne aggiunsero circa altre 150.000 trasferite dalla provincia; il ghetto fu istituito nell’estate del 1940 come campo di quarantena e successivamente, con un’ordinanza emanata il 2 novembre dal governatore del distretto di Varsavia Ludwig Fischer, venne motivata la sua creazione al fine di evitare il pericolo di epidemiee la cifra di 500.000 persone residenti al suo interno costituiva circa la metà dell’intera popolazione della città, mentre la sua superficie equivaleva a circa un ventesimo dell’intero territorio metropolitano.

Il Ghetto ebraico: Varsavia cosa vedere | Wanderlust Italia

Clicca QUI per leggere Marek Edelman IL GHETTO COMBATTE.

Qui un estratto di pochi minuti dello speciale di Enzo BIAGI.

Foto I ghetti nazisti in Polonia in mostra al Vittoriano - 1 di 12 - Roma -  Repubblica.it

il nostro Calendario: 29 ottobre

1975: inizia il “dopo Franco” in Spagna

Quarantacinque anni di post franchismo. Il lungo cammino della memoria spagnola di Francesco Filippi – 29 settembre 2020

(da lastoriatutta.org)

È appena stata approvata dal congresso dei deputati spagnolo una legge che prende il nome di Ley de la Memoria democrática . I dibattiti in Spagna si arroventano in particolare sulla possibilità che il ricordo degli anni della dittatura venga in qualche modo diretto e regolamentato da specifiche normative.

Un argomento quanto mai caldo, specie per le resistenze e le contrapposizioni che incontra il cammino della memoria pubblica nel paese che per ultimo in Europa si sbarazza di una dittatura che nasce e si consolida sotto l’egida dei fascismi europei. Un cammino complesso, che parte da lontano.

Francisco Franco è il dominatore incontrastato della scena politica spagnola per oltre un trentennio. instaurato nel 1939 un regime fascista “fratello” delle dittature italiana e tedesca, a cui fa seguito una ferocissima repressione degli esponenti repubblicani e dei combattenti internazionali – le fonti, ancor oggi discordanti, oscillano tra i 100mila e i 200mila morti nella fase di consolidamento del regime, “el Terror blanco”, fino al 1945- Franco già negli anni Quaranta tenta di slegare il suo destino da quello di Hitler e Mussolini, giocando la carta prima di una benevola neutralità nei confronti degli alleati e poi, a guerra finita, presentandosi al mondo come un campione dell’anticomunismo. Le contrapposizioni della Guerra Fredda fanno del dittatore una comoda pedina antisovietica. La storica visita del presidente statunitense Eisenhower in Spagna (1959) sdogana la dittatura franchista in Occidente, condannando al contempo la Spagna a un altro quindicennio di oppressione. Ma il regime, caratterizzato da un forte culto della personalità è destinato a non sopravvivere al suo fondatore.

27 de septiembre, las últimas ejecuciones del franquismo: en Italia grandes  protestas contra el régimen - El Itañol

In principio fu la Transición: il lungo periodo di passaggio dallo stato franchista alla democrazia spagnola iniziato negli anni settanta, con Franco ancora in vita, e concluso con l’elezione a primo ministro di un socialista, Felipe Gonzáles, nel 1982.

La dipartita del “caudillo” e quella della sua creatura in qualche modo si assomigliano: una morte naturale, preceduta da una lunga, estenuante agonia. Mentre il vecchio dittatore consuma i suoi ultimi anni tra problemi di salute sempre più gravi, la dittatura che ha costruito sulle macerie della guerra civile mostra tutti i segni del tempo. Lontani ormai gli anni in cui Franco si vantava dell’amicizia con Hitler e Mussolini, il regime si dibatte in una stagnazione economica senza via d’uscita, mentre il vento del cambiamento portato dal Sessantotto si trasforma in Spagna in una stagione di scontri tra il governo e le formazioni indipendentiste che sfocia in attentati sanguinosi. L’élite franchista sa che non potrà sopravvivere indenne alla scomparsa del suo fondatore e cerca quindi di guidare il passaggio alla democrazia nel modo più indolore possibile soprattutto per sé stessa. La transizione inizia simbolicamente con il ripristino della monarchia, atto che teoricamente era uno degli scopi principali della sollevazione golpista nel 1936. Alla morte di Franco, nel novembre 1975, Juan Carlos di Borbone viene proclamato re di Spagna “in ricordo di Franco”: l’intento è quello di saldare pubblicamente i destini del giovane sovrano con quelli dell’establishment franchista. 

Il Tempo e la Storia - S2017 - La fine del franchismo - 15/06/2017 - Video  - RaiPlay

Intanto il regime cerca di svecchiare la propria immagine affidandosi a figure moderate, che intraprendono il processo di trasformazione della struttura del paese. Nel 1977 il governo Suárez, espressione dell’ala tecnocratica del regime, indice le prime elezioni libere dal 1936, in cui il blocco centrista da lui capeggiato conquista il 34% dei voti, tallonato dai socialisti (PSOE) col 29%. Il neo ricostituito partito comunista spagnolo sfiora il 10%. Sarà questo parlamento ad avere il compito di stilare la nuova costituzione promessa dai franchisti, in un clima di reciproca diffidenza e timore. Suárez tenta febbrilmente di portare avanti un progetto di riforma democratica senza far scivolare il paese nell’anarchia o nella dittatura militare: anche per questo il 15 ottobre 1977 viene varata la legge sull’Amnistia (46/1977), che sancisce l’impunibilità dei crimini di natura politica avvenuti prima del 5 dicembre del 1976.

Un po’ come era accaduto con l’amnistia Togliatti del giugno 1946 in Italia, l’intento dichiarato è quello di troncare sul nascere la possibile guerra giudiziaria tra franchisti e democratici, in nome della pacificazione della società spagnola. Il provvedimento vuole avere carattere bipartisan: sono amnistiati infatti non solo i reati commessi dai militanti politici contro il regime, ma anche (art. 2, par. “f”) “i delitti commessi da funzionari e agenti dell’ordine pubblico contro l’esercizio dei diritti delle persone”. Una norma che blinda la possibilità di indagare su più di trent’anni di dittatura e avvia il processo di passaggio “morbido” allo stato di diritto.

Guerra Fredda. Terza fase. La fine del Franchismo in Spagna

L’anno dopo, nel 1978, viene approvata la nuova Costituzione spagnola, che sancisce i principi di democrazia e uguaglianza tra i cittadini. A garanzia della tenuta democratica viene posta la Corona.

Mentre sulla bandiera spagnola l’aquila nera franchista perde lo scudo fascista che la aveva accompagnata dal 1939 acquistando l’emblema della casa reale, come simbolico passaggio incruento dalla dittatura alla monarchia, il lavorìo di ridefinizione dei confini storici della guerra civile continua. 

Nel marzo del 1979 le prime elezioni con la nuova costituzione premiano ancora l’ormai postfranchista Suárez, col 34% dei voti, anche se il PSOE di Felipe Gonzáles lo tallona al 30%. Uno dei provvedimenti del nuovo governo democratico è il varo della legge 5/1979, che prevede il riconoscimento del diritto alla pensione di guerra anche ai combattenti repubblicani della guerra civile e alle loro famiglie: la prima equiparazione formale dei repubblicani ai franchisti, a cui il regime aveva riconosciuto la pensione di guerra già negli anni Quaranta. In un clima di diffusa volontà di pacificare il paese, questo atto significativo soprattutto dal punto di vista economico pare voler mettere la parola fine alle istanze di riapertura dei dossier riguardanti la guerra civile e il regime.

Quante elezioni politiche ci sono state in Spagna? E quando si sono tenute?

Nel febbraio 1981 una frangia di militari irriducibili prova ad opporsi alla svolta democratica e tenta di occupare il parlamento. Il tentativo passerà alla storia come “el golpe de Tejero”, dal nome del tenente colonnello della Guardia Civil che, pistola in mano, cerca di prendere in ostaggio i deputati del congresso. Il golpe viene subito sconfessato e bloccato da re Juan Carlos, che in un accorato discorso alla nazione ribadisce il proprio ruolo di difensore della democrazia e della costituzione. Tejero, condannato per sedizione, uscirà di prigione nel 1996 e tenterà, con scarsa fortuna, la carriera politica. Paradossalmente, il golpe fallito segna anche la fine delle velleità autoritarie di una parte delle strutture di potere spagnole e delle paure della restante parte della società circa la tenuta della svolta: il processo di democratizzazione appare, soprattutto dopo la prova della violenza golpista, irreversibile. In quello stesso anno l’aquilotto franchista scompare del tutto dalla bandiera, lasciando da solo l’emblema della casa reale, ormai unico simbolo di unità del paese

Il golpe Tejero trent'anni dopo - Il Post

La società spagnola nel proprio complesso sembra in quegli anni voler voltare pagina: nel 1982 il governo guidato dal PSOE organizza con competenza la prima manifestazione internazionale del paese tornato alla democrazia: i mondiali di calcio di Spagna 1982, indimenticabili per gli italiani, sono anche il punto di partenza nella costruzione dell’immagine di una nuova Spagna aperta, efficiente, moderna. L’entrata nella Comunità Economica Europea nel 1986 e le Olimpiadi di Barcellona del 1992 segnano le tappe della rinascita di un paese che, pur tra tensioni sociali, spinte indipendentiste anche sanguinose, su tutte il terrorismo basco, cerca di riprendere il passo con il resto d’Europa dopo trent’anni di immobilismo. A incarnare la svolta il leader socialista, Felipe González, al governo per 14 anni.

A destra i franchisti ed ex franchisti, che si sono coagulati già nel 1977 attorno alla formazione Alianza Popular, cercano di costruire un polo conservatore che riunisca le varie anime della destra spagnola rimanendo nel contesto democratico. Nel 1989 la formazione cambia nome in Partido Popular (PP) e nel 1996, guidata da José Maria Aznar, vince le elezioni diventando la principale forza politica del paese. Se per il PSOE di González la priorità è stata quella costruire una nuova immagine della Spagna, demolendo il ricordo del franchismo attraverso gli evidenti successi della democrazia, Aznar si deve confrontare con la parte più conservatrice del proprio partito, che vede come un tabù la possibile revisione in senso critico della memoria franchista nel paese. Per più di due decenni la questione delle memorie in conflitto riguardanti la guerra civile sembra quindi, per un motivo o per l’altro, congelata, offuscata dal successo del modello spagnolo: sono soprattutto la crescita economica e la modernizzazione del paese a caratterizzare la ricostruzione identitaria di una società che si sente decisamente proiettata verso il futuro.  

Ma è proprio nel momento in cui il modello neoliberista raggiunge il suo apice e inizia lo stallo che la questione della memoria storica ritorna al centro del dibattito: ad Aznar un po’ fortunosamente – alla vigilia delle elezioni del 2004 il PP è dato in vantaggio ma la gestione mediatica degli attentati terroristici di Madrid da parte del governo porta al potere i socialisti – succede il PSOE di Zapatero, che prende subito di petto la questione della memoria e delle memorie di Spagna.

La prima legge organica che cerca di rianimare un dibattito mai realmente decollato sulle responsabilità e le conseguenze di un trentennio di dittatura si ha nel 2007, con la legge 52/2007, battezzata significativamente Ley de la Memoria Histórica.

Nel suo preambolo, la legge, prendendo atto che lo spirito di riconciliazione e concordia e di rispetto del pluralismo e la difesa pacifica di tutte le idee, che guidò la Transizione, ci permise di dotarci di una Costituzione…” [e che] “Lo spirito della Transizione dà senso al modello costituzionale di convivenza più fecondo di cui abbiamo mai goduto…” afferma anche però che “c’è necessità di dare risposta a quelli che “soffrirono le conseguenze della guerra civile e del regime dittatoriale che le succedette.”

La nuova legge, fortemente voluta dal governo socialista, che ne fa un punto dirimente del programma di riforma, vuole rappresentare una svolta nel rapporto tra il racconto della memoria pubblica spagnola e il franchismo, dopo un ventennio di sostanziale silenzio nei confronti di un passato troppo complesso da gestire.

Sempre nel preambolo di questa legge si esplicita che “diversi aspetti messi in relazione con la memoria personale e familiare, specialmente quando sono caratterizzati da conflitti di carattere pubblico, fanno parte dello statuto giuridico della cittadinanza democratica, …[riconoscendo a ognuno]… un diritto individuale alla memoria personale e familiare di ogni cittadino, che incontra la sua prima manifestazione nella Legge.”. Una legge che vuole quindi ristabilire il principio del diritto alla propria memoria, in particolare a tutela delle vittime della dittatura, a cui la memoria personale è stata pubblicamente negata sia dalla dittatura che dai primi venti anni di democrazia. La legge in concreto si occupa di portare avanti una politica pubblica che riconosca la legittimità formale della memoria delle vittime del franchismo, attraverso la revisione delle condanne inflitte dai tribunali del regime e la riabilitazione dei condannati, l’incentivazione di ricerche storiche sul periodo, il miglioramento delle condizioni pensionistiche dei reduci repubblicani della guerra civile e il riconoscimento di indennizzi agli eredi dei combattenti morti per la repubblica. Inoltre, la legge intende sostenere le ricerche per la localizzazione e l’identificazione delle vittime della repressione franchista, trucidate a migliaia a fine guerra e occultate in centinaia di fosse comuni sparse per il paese. La rimozione dei simboli franchisti dai luoghi pubblici e la creazione di un centro di documentazione della memoria storica e di un archivio generale della guerra civile (art.20).

Una fortissima presa di posizione, dopo anni di silenzio, nei confronti della memoria del ventesimo secolo spagnolo.

Una della conseguenze di questa legge è stata la rimozione della salma di Francisco Franco dal mausoleo del Valle de los Caídos, il monumento voluto dallo stesso dittatore che ricorda, sebbene con una evidente discriminazione tra vincitori e vinti i caduti della guerra civile. La sottrazione del corpo del caudillo dagli omaggi pubblici, avvenuto solo nel 2019 dopo una lunga battaglia legale con gli eredi del dittatore, è un ulteriore tentativo di ridefinire i rapporti di forza tra le memorie opposte degli spagnoli andando a toccare il corpo stesso del dittatore.

Un’altra delle conseguenze di questa legge è stata l’emanazione di norme analoghe sulla memoria da parte di molte comunità autonome spagnole, in particolare quelle in cui, storicamente, l’impatto del franchismo fu più violento: si dotano di leggi di memoria la Catalogna (2007), la Navarra (2013), il Paese Basco (2014), l’Andalusia e le Baleari (2017) e l’Aragona (2019).

La legge varata da Sánchez (PSOE) di questi giorni si inserisce quindi in un contesto fortemente frammentato, in cui a una memoria pubblica possibilmente condivisa si oppongono, più o meno coscientemente, da una parte la destra conservatrice, che sostiene che la “storia non si possa riscrivere”, e dall’altra le specifiche realtà autonome che sentono il bisogno di istituzionalizzare una “propria” specifica memoria in evidente opposizione alla tradizione centralista dello stato spagnolo, di cui il franchismo fu l’ultimo grande, violento esecutore.

Il ritorno dei socialisti al governo ha riportato al centro la questione.

Questa nuova iniziativa legislativa, che già viene definita “Ley de la Memoria democrática”, prevede soprattutto l’annullamento di tutte le sentenza politiche emesse durante il franchismo, con conseguente riabilitazione dei prigionieri politici e la costituzione di un registro nazionale per le vittime del regime. In più le associazioni franchiste – ancora legali in Spagna – non potranno più ricevere finanziamenti pubblici. A rischio chiusura enti di grande peso nel panorama culturale e politico spagnolo, come la stessa Fondazione Francisco Franco che si occupa di tenere viva la memoria del dittatore; è previsto poi che la “educazione democratica” diventi materia di studio a scuola. Infine viene stabilito un apparato sanzionatorio per chi offenda i valori costituzionali e democratici in ambito pubblico, una norma piuttosto controversa e di difficile applicazione in un paese in cui, ufficialmente, non esiste un reato definibile come “apologia di franchismo”.

La legge, appena approvata, ha già creato forti contrasti. 

Interessante notare come gli argomenti in parte siano i medesimi suscitati da analoghi provvedimenti che nel tempo sono entrati in vigore in Germania e Italia: il pericolo per la libertà di pensiero e il tentativo di difendere una memoria positiva del trentennio fascista che in Spagna è oggi tutt’altro che residuale.

L’esperienza in corso in Spagna risulta particolarmente interessante in quanto la dittatura spagnola, a differenza delle omologhe italiana e tedesca, non è morta “di morte violenta”. A livello pubblico il franchismo può vantare di non essere stato di fatto “sconfitto dalla storia”, ma di aver concluso la propria esperienza alla guida del paese per semplice obsolescenza. Una differenza importante rispetto al nazismo tedesco e in parte al fascismo italiano, che hanno a curriculum, nella loro ridefinizione storica, una guerra mondiale scatenata e persa e la condanna sul campo delle loro azioni.

La battaglia tuttora in corso sulla storia della Spagna nell’ultimo secolo, portata avanti spesso con intenti di politica quotidiana più che di interesse generale, nel corso del tempo ha visto l’asse memoriale spostarsi decisamente: dai primi forti accenti pacificatori delle leggi degli anni Settanta, in cui, cedendo lentamente il potere, l’élite franchista volle assicurarsi che il ricordo venisse gestito attraverso le parole d’ordine “concordia” e “riconciliazione”, che infatti sono il leit motiv della legislazione di transizione, si passa a metà degli anni duemila a una più chiara condanna del franchismo, definito senza mezzi termini “dittatura” – concetto per nulla scontato in un paese in cui una parte della popolazione ricorda ancora gli anni del consenso a Franco – e a un ruolo attivo, da parte delle istituzioni, nella ricostruzione di una memoria pubblica basata sugli ideali democratici.

Un lavoro faticoso che in qualche modo vuole seguire in parte l’esempio della legislazione tedesca occidentale del dopoguerra e che potrebbe costituire un importante caso di studio per altri paesi che, dopo una lunga stagione di rielaborazione della memoria pubblica del loro passato controverso, sembrano oggi aver abbandonato l’idea che vi possa essere una ricostruzione storicamente basata e guidata da un sistema di valori condiviso del proprio passato. Fra questi, soprattutto, l’Italia.

Qui lo speciale RAI sulla fine del Franchismo: https://www.raiplay.it/video/2017/06/Il-tempo-e-la-Storia—La-fine-del-Franchismo-65f78bea-4dfe-4565-8ba7-fc6e85cfca30.html

In memoria di Francesco Serafini

Il Consiglio Direttivo dell’Archivio A.S.M.O.S. e il Comitato Esecutivo dell’Associazione culturale la Quercia esprimono il più sentito cordoglio per la perdita di Francesco Serafini.
Figlio di un minatore e storico dirigente del PCI, Francesco ha dedicato tutta la vita al servizio della collettività e della sua amata terra l’Amiata, prima come Sindaco di Piancastagnaio e poi come Consigliere e Assessore regionale occupandosi di agricoltura e foreste. Protagonista della vita politica e amministrativa fin dagli anni Settanta, ne ricorderemo sempre la sincera coscienza civica e l’impegno politico e sociale che hanno rappresentato un punto di riferimento imprescindibile per la nostra comunità e per le giovani generazioni.Ai temi sociali della montagna ha dedicato ricerche e pubblicazioni e oggi vogliamo ricordare il suo ultimo lavoro La tenda rossa che salvò l’Amiata, libro nel quale -attraverso documenti d’archivio, foto d’epoca e periodici- ripercorre le vicende dei disoccupati amiatini negli anni Sessanta che culminarono con la protesta pacifica e la posa in opera della tenda ai giardini La Lizza di Siena.
Continueremo a guardare a Francesco con grande rispetto e in questo triste momento ci stringiamo al dolore della famiglia, della sorella Anna, del cognato Piero Fassino e degli amici piangendo la scomparsa di una persona speciale, piena di risorse e di entusiasmo di cui sentiremo enormemente la mancanza.

Massimo Bianchi, presidente A.S.M.O.S.

Tiziano Scarpelli, presidente la Quercia

il nostro Calendario: 2 Agosto

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, ore 10,25

 

Da il racconto della strage, A cura di Massimiliano Boschi e Cinzia Venturoli, Yema, 2005:

Sabato 2 agosto 1980 alle 10,25 un ordigno ad alto potenziale esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna: lo scoppio fu violentissimo e provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe, dove si trovavano gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar, e di circa 30 metri di pensilina. L’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso, in sosta al primo binario. Il bilancio di questa strage, la più efferata compiuta nell’Italia repubblicana, fu di 85 morti e 200 feriti. I soccorsi vennero organizzati immediatamente e ancora prima dell’arrivo delle ambulanze e dei vigili del fuoco i sopravvissuti vennero aiutati da passanti, ferrovieri e tassisti. Anche le automobili private furono utilizzate per il trasporto dei feriti e fecero la spola fra stazione e ospedali.

Si composero lunghe catene umane, formate da volontari, vigili del fuoco, soldati di leva in cui venivano passati i calcinacci e i mattoni nel tentativo di liberare la zona dell’esplosione, sperando di trovare persone vive, seppur ferite, sotto le macerie. Spesso si trovarono a lavorare fianco a fianco persone diverse, persone che, a Bologna, si erano trovate a fronteggiarsi anche aspramente sul piano politico Questa contrapposizione, in un certo senso ricomposta per l’emergenza, ritornò però durante le manifestazioni che segnarono la reazione politica di Bologna

Da un cantiere vicino giunsero quasi immediatamente ruspe e scavatori, poi affiancati da altri mezzi. Nella notte del 2 agosto venne terminato il primo lavoro di sgombero delle macerie, tutti i feriti erano stati soccorsi ed i morti ricomposti negli obitori trasportati anche con quell’autobus 37 che divenne nelle immagini e nella memoria uno dei simboli della strage. Nelle testimonianze dei feriti il ricordo è quello di aver avuto soccorsi immediati, di essere stati accolti negli ospedali e curati prontamente, di avere trovato anche comprensione e consolazione. L’amministrazione comunale istituì un Centro di coordinamento dove fu possibile, per i parenti delle vittime e dei feriti, essere ascoltati, assistiti ed ospitati.

Alle 17,30 del 2 agosto, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all’aeroporto di Borgo Panigale, si precipitò all’ospedale Maggiore dove era ricoverati molti dei feriti e dove era allestita una delle tre camere mortuarie. Incontrando i giornalisti Pertini non nascose lo sgomento: “Signori, non ho parole”, disse, “siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia”.

Ancora prima dei funerali si svolsero numerose manifestazioni a testimonianza delle immediate reazioni della città: la sera del 2 agosto venne indetta una manifestazione in piazza Maggiore, il cuore della città; il 4 agosto 30, 40 mila persone si ritrovarono nella stessa piazza.

Il 6 agosto, giorno dei funerali, le persone giunte a Bologna da tutta Italia riempirono anche le piazze e le vie circostanti Piazza Maggiore. In questa occasione si mostrarono nuovamente i contrasti fra due diverse componenti politiche: chi si riconosceva nel partito comunista e nei sindacati e chi si sentiva più vicino alla sinistra extraparlamentare, al movimento. Lo striscione portato da questi ultimi (la strage è dei padroni, nessuna delega alle istituzioni) fu fatto allontanare dalla piazza. Non tutti i parenti delle vittime vollero, però, il funerale di Stato: solo sette le bare presenti nella chiesa di San Petronio.

Fuori della chiesa, la gente contestò le autorità, così come era già successo durante il funerale delle vittime della strage dell’Italicus avvenuta a San Benedetto Val di Sambro il 4 agosto 1974. Solo Sandro Pertini e il sindaco di Bologna, Renato Zangheri, ricevettero applausi. Dalla piazza si domandava ai rappresentanti delle istituzioni giustizia e chiarezza, le stesse richieste che fece il Sindaco nel suo discorso.

Dopo i funerali la necessità di testimoniare solidarietà alle vittime e indignazione verso una strage così efferata, una strage di cui tutti i giornali del mondo si occuparono: dalla Francia all’Unione Sovietica e dalla Germania alla Cina, si concretizzò nell’allestimento, spontaneo, di quella che fu poi definita la rete del pianto: Sulla recinzione posta in stazione a delimitare il luogo devastato dall’esplosione vennero portati fiori, striscioni, messaggi, poesie e lettere in cui alla pietà si accostava sempre al richiesta di giustizia e chiarezza.

Le indagini dei magistrati subirono diversi tentativi di depistaggio. Nel 1995, vennero infine condannati all’ergastolo in via definitiva come esecutori della strage i terroristi dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari- formazione di estrema destra) Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca

Mambro. Luigi Ciavardini, anch’egli esponente dei Nar e minorenne all’epoca dei fatti, è stato condannato in via definitiva nel 2007 a 30 come esecutore materiale della strage. Per i depistaggi furono condannati Francesco Pazienza, Licio Gelli – gran maestro della loggia massonica P2, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte.

numeri strage bologna

 



Da Trento a Bologna, storia degli attentati sui treni italiani

Trent’anni di sangue. 1967-1984: la strategia della tensione corre sui binari, poi nel ’93 da Capaci inizia l’offensiva stragista di Cosa nostra contro lo stato

di Saverio Ferrari (il Manifesto, 2/8/2019)

«Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L’opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l’ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto». A parlare in questo modo era Pino Rauti, il giovane leader della corrente evoliana, nel corso di una riunione interna dell’Msi, a Roma, negli anni Cinquanta. A riportare le sue parole fu Giulio Salierno, all’epoca dirigente giovanile della sezione di Colle Oppio, nella sua Autobiografia di un picchiatore fascista (Einaudi, 1976).

Certo è che a partire dagli anni Sessanta i treni e le linee ferroviarie furono oggetto di un’infinità di attentati da parte del terrorismo neofascista.

36 attentati in meno di trent’anni e 4 stragi (Freccia del Sud, Italicus, Bologna e Rapido 904). I morti sono stati 121 (di cui 85 solo a Bologna), i feriti 598

TRENTO, 30 SETTEMBRE 1967

Il primo tentativo di strage fu quello compiuto il 30 settembre 1967 alla stazione di Trento, quando fu segnalata sull’Alpen Express una valigia sospetta abbandonata.

Due agenti la prelevarono e tentarono di portarla il più lontano possibile. Alle 14.44, zeppa di esplosivo, scoppiò tra le loro mani, uccidendoli. L’attentato fu addebitato al terrorismo sudtirolese.

1969, VERSO PIAZZA FONTANA

Nell’escalation degli attentati che nel 1969 portarono alla strage in piazza Fontana, un posto di rilievo ebbe la collocazione, tra l’8 e il 9 agosto 1969, su dieci treni di altrettanti pacchi esplosivi. Due fecero cilecca ma otto scoppiarono. Dodici furono i feriti, tutti in modo lieve.

Per questi episodi Franco Freda e Giovanni Ventura di Ordine nuovo, l’organizzazione fondata da Rauti, furono condannati con sentenza definitiva.

1970, DA GIOIA TAURO A VERONA

La prima strage riuscita su un treno fu quella del 22 luglio 1970, quando il direttissimo Palermo-Torino (la «Freccia del Sud») fu fatto deragliare nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Alla fine si contarono sei morti, di cui cinque donne, e 72 feriti.

Da otto giorni era in corso la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata il 14 luglio. La verità emerse solo 23 anni dopo, quando alcuni pentiti confessarono che la strage fu eseguita su mandato del «Comitato d’azione per Reggio capoluogo» e che a portarla a termine fu un commando neofascista.

Poche settimane dopo, il 28 agosto 1970, fu rinvenuta nella sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona una valigia abbandonata da cui proveniva un ticchettio di orologio. Notata da un sottufficiale della Polfer, fu portata in un luogo isolato dove esplose un’ora dopo.

1971, LA VISITA DI TITO IN ITALIA

In concomitanza con la preannunciata visita del maresciallo Tito in Italia, un grave attentato fu, invece, organizzato, il 28 marzo 1971, per colpire il treno diretto a Venezia, all’altezza di Grumolo delle Abbadesse. Settantadue centimetri di binario furono tranciati da un ordigno. Il convoglio rischiò di deragliare, salvandosi solo grazie alla sua velocità.

1974, L’«ITALICUS»

Tra il 1973 e il 1974 gli attentati sui treni furono ben 14 con una strage riuscita.

Questi gli episodi principali: il 7 aprile 1973, sulla linea Genova-Roma, con il tentativo di Nico Azzi, di Ordine nuovo, di innescare una carica esplosiva in una toilette del treno. Azzi rimase ferito dallo scoppio del detonatore e immediatamente arrestato. Il 29 gennaio 1974 a Silvi Marina, in provincia di Teramo, con l’inatteso passaggio del locomotore di un treno merci che tagliò la miccia dell’ordigno posto sui binari. Il 21 aprile 1974 a Vaiano, in provincia di Firenze, quando la strage fu, invece, evitata grazie al blocco automatico dei treni in caso di interruzione dei binari. La carica esplosiva aveva, infatti, divelto oltre mezzo metro di rotaie.

La strage si compì, invece, il 4 agosto 1974, sul treno espresso Roma-Brennero, l’«Italicus», proveniente da Firenze e diretto a Bologna, a cento metri dallo sbocco della Grande galleria dell’Appennino. Il bilancio fu di 12 morti e 44 feriti.

TRA IL 1975 E IL 1978

Si continuò ancora a colpire treni e linee ferroviarie negli anni successivi. Il 6 gennaio 1975 a Terontola, quando 55 centimetri di rotaia furono divelti da una carica di polvere da mina.

Il 12 aprile 1975, all’altezza di Incisa Val D’Arno, quando un ordigno fece, invece, sollevare quaranta centimetri di rotaia.

Il 6 febbraio 1977, in compenso, la polizia disinnescò alla stazione Tiburtina di Roma sette candelotti di dinamite sull’espresso Napoli-Milano.

Il 5 settembre 1978, infine, cinque chili di esplosivo, tra le stazioni di Vaiano e Vernio, avrebbero dovuto scoppiare sotto la motrice dell’espresso «Conca d’oro», che viaggiava da Milano a Palermo. Rimasero feriti i macchinisti di un treno che passò al momento dell’esplosione.

85 morti e 200 feriti, alla stazione di Bologna la strage più sanguinosa della Repubblica italiana

strage-bologna-altra-con-orologio
vignetta di Mauro Biani per il Manifesto, 2/8/2013

1980, LA STRAGE DI BOLOGNA

Quella del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna fu la strage non solo più importante sulle linee ferroviarie ma la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica. Alle 10.25 la terribile esplosione. Crollava un’intera ala della stazione, affollatissima per le grandi partenze estive, che a seguito della potenza micidiale dell’ordigno, prima si sollevava e poi ricadeva su se stessa. Il treno Ancona-Basilea, in sosta sul primo binario, veniva investito in pieno dall’onda d’urto.

Tra le lamiere fuse e contorte venivano estratti i corpi di decine e decine di persone. Settantacinque le vittime subito recuperate. Altre dieci moriranno nei giorni successivi. Alla fine si conteranno 85 morti, 74 italiani e 11 stranieri, e 200 feriti.

È attualmente in corso dal 21 marzo 2018 un nuovo processo nei confronti di Gilberto Cavallini, ex Nuclei armati rivoluzionari (Nar), accusato di concorso per aver fornito supporti e nascondigli per la latitanza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, tutti e tre condannati in via definitiva per la strage, i primi due all’ergastolo e il terzo, minorenne all’epoca, a 30 anni.

1981 E ANCORA DOPO

Non finì ancora. Il 12 febbraio 1981, otto mesi dopo, ben cinque kg di esplosivo furono rinvenuti sulla linea ferroviaria di Venezia, allo snodo di Porto Marghera. L’innesco non aveva funzionato.

Mentre il 9 settembre 1983, il treno 571 Milano-Palermo, mille passeggeri a bordo, in transito sul viadotto alto cinquanta metri del fiume Bisenzio, venne investito da un’esplosione, mentre incrociava un altro treno. Se l’atto terroristico avesse avuto pieno successo i morti si sarebbero contati a centinaia.

IL TRATTO AREZZO-BOLOGNA

Complessivamente sul solo tratto Arezzo-Bologna di 120 chilometri, ben otto furono i tentativi falliti e tre le stragi riuscite: il 4 agosto 1974 sul treno «Italicus», il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e il 23 dicembre 1984, sul«Rapido 904», all’interno della Grande galleria dell’Appennino. Fu l’ultima, con 16 morti e 267 feriti.

I LEGAMI CON COSA NOSTRA

Con essa si apriva un’altra stagione con l’avvio da parte di Cosa nostra di un’azione offensiva nei confronti dello Stato, che porterà alle stragi di Capaci, via D’Amelio e alle bombe del 1993.

La continuità era data dall’impiego di uomini e mezzi provenienti dall’eversione nera. Ne fa fede la condanna nel processo stralcio per la strage del «Rapido 904» del parlamentare missino Massimo Abbatangelo. Non fu condannato per la strage ma per aver detenuto e fornito esplosivi ai clan camorristici.

Dalle indagini risultò anche che l’esplosivo usato per la strage di via D’Amelio fosse dello stesso tipo di quello del 23 dicembre 1984, mai utilizzato in precedenza da Cosa nostra.


Stazione di Bologna. Trentadue anni

“E’ nel cuore torbido delle istituzioni che van­no ricercati i man­danti”

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, ore 10:25. Nella sala d’aspetto di 2ª classe del­la stazione di Bologna esplode un or­digno a tempo, contenuto in una valigia abban­donata. Un boato, 85 mor­ti, 200 feriti e le lan­cette di quell’orolo­gio che si fermano.

Per la strage politica di Bologna esiste una verità giudiziaria. Condannati come autori materiali della strage i terroristi di destra Giuseppe Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, che ad ogni modo continuano a dichiararsi innocenti. Sui mandanti invece non ci sono certezze.

“È nel cuore torbido delle istituzioni che vanno ricercati i mandanti” dice il manifesto dell’associazione dei parenti delle vittime della strage per quest’ennesi­mo anni­versario senza verità.

DIECIeVENTICINQUE a Bologna vuol dire qualcosa.

È un simbolo, un orologio interrotto con quelle lancette ferme che stiamo pro­vando a rimettere in moto. Quell’orolo­gio è il simbolo di una storia, che ci uni­sce e che da nord a sud ci rende uguali.

Bologna come Palermo. Palermo come Bologna.

Intervista a Paolo Bolognesi

Presidente dell’associazione delle vitti­me della strage di Bologna

La domanda che tutti si sono fatti ri­pensando al 2 Agosto è “perché?”. Tutti gli atti, anche i più brutali, hanno uno scopo o una logica seppur orribile. Qual è il senso di quella bomba?

Creare una situazione di tensione, af­finché l’opinione pubblica fosse orienta­ta verso un blocco moderato. Noi abbia­mo avuto un periodo piuttosto lungo in cui il regolare corso democratico del no­stro paese è stato condizionato da stragi e ter­rorismo.

Prima c’è stata la strategia della guerra rivoluzionaria promossa dall’isti­tuto Pol­lio, quella che considerava qual­siasi meto­do, anche il più riprovevo­le, le­cito e giu­sto purché il partito comu­nista non andas­se al governo.

Poi c’è sta­ta la strategia della loggia P2 che prevede­va lo svuotamento dall’inter­no delle isti­tuzioni attraverso il controllo di quest’ulti­me: il cosiddetto “piano di ri­nascita”. Non è un caso che nel periodo della strage di Bolo­gna, tutti i vertici dei servizi fossero iscrit­ti alla P2.

Chi è stato?

Facciamo un discordo molto chiaro. In Italia ci sono state tredici stragi, escluse quelle di mafia.

In tutte non si è arrivati ai mandanti, in tutte abbiamo avuto i ser­vizi segreti che hanno cercato di depista­re, proteggendo gli esecutori materiali. In al­cuni casi si è arrivati a trovare gli auto­ri materiali attra­verso i collaboratori di giu­stizia. Una sola volta per via giudizia­ria: nel caso della strage di Bologna.

Ora, i vertici dei servizi sono nominati dalla pre­sidenza del consiglio, quindi è lì che biso­gna cercare i mandanti, quelli che hanno la responsabilità politica delle stra­gi. Una prova che non si sta parlando di fantapoli­tica ne è la trattativa tra Stato e mafia nei primi anni novanta, che oggi è ormai un fatto indiscutibile.

Da allora la fiducia nello Stato nel corso degli anni è diminuita o aumenta­ta?

Per quanto riguarda noi, senza fiducia nelle istituzioni non avremmo nemmeno un senso da dare a quest’associazione.

Con la nostra presenza e la nostra ricer­ca noi vogliamo dare una mano alle istitu­zioni. Un conto è lo Stato, fare valu­tazioni su chi ne ricopre le cariche è un al­tro.

Qualcuno dice cinicamente che lo Sta­to non può condannare se stesso. Lei è d’accordo con questa affermazione?

Questa è un’affermazione generica che semplifica troppo le cose. Io credo nelle istitu­zioni, la valutazione su chi ricopre le cari­che è un altro conto.

Crede che un periodo difficile, pieno di tensioni sociali come questo, possa ri­creare le condizioni che portarono alle stragi? Oggi sarebbe possibile un nuovo 2 Agosto?

È un momento che può portare a rivi­vere situazioni molto tragiche. Ovvia­mente il quadro è molto diverso da allo­ra, tuttavia oggi c’è un movimento tra i parti­ti e un rimescolamento che può scombus­solare le carte, creare dei vuoti di potere a cui bisogna stare molto atten­ti. Inoltre oggi con la rete è molto più sem­plice or­ganizzarsi.

Qual è lo scopo dell’associazione?

Avere giustizia, che per noi significa sa­pere la verità. Conoscere gli esecutori ma­teriali è importante ma il cerchio si chiu­derà quando e se si arriverà ai man­danti. O arrivi a svelare e punire determi­nate azioni in via giudiziaria, oppure sei con­dannato a riviverle costantemente, senza arrivare alla parola fine su questa strategia che ha frenato lo sviluppo demo­cratico del nostro paese.

Dopo dieci anni è arrivata la senten­za definitiva della cassazione sui fatti della Diaz, che ha decapitato i vertici della poli­zia. È un segnale positivo? Può fare da caso apripista per avere in Italia una giu­stizia vera e terza?

Certo, secondo me si. È solo un fatto positivo che ci sia stato un riconoscimen­to delle responsabilità di alti vertici delle istituzioni. Anche qui però mancano i po­litici.

Crede sul serio che potrà mai venire a galla la verità sulle stragi?

Perché no? Noi ci proviamo. Ci impe­gneremo affinché si rendano pubblici i documenti dei tribunali e continueremo a portare avanti la nostra battaglia per l’abolizione del segreto di Stato. Sono sfi­de proibitive ma se non ci provi non po­trai mai vincerle.

Qual è la soddisfazione più grande che le ha dato il suo impegno nell’asso­ciazione?

Vedere che l’associazione è diventata un punto di riferimento a livello interna­zionale, anche per studiosi esterni. A volte capita che le ambasciate che hanno visto i propri concittadini coinvolti in incidenti qui in Italia, chiamino prima noi e poi il ministero degli interni.

Questo giornale si chiama Diecie­venticinque perché crediamo che il modo mi­gliore per evitare che simili fatti si ripeta­no sia conservarne la me­moria. Lei vede questa consapevolezza nelle nuove generazioni?

Sì, la vedo. Facciamo molta attività nel­le scuole ed è bello vedere i ragazzi reagi­re con partecipazione alle nostre ini­ziative. Penso anche alle commemorazio­ni che ogni anno celebriamo il 2 Agosto qui a Bologna in ricordo della strage. Ogni anno di giovani ne vedo sempre di più e sempre più consapevoli. Lo conside­ro un segnale importante: vuol dire voler esser­ci.


Bologna Guttuso per Espresso
Dopo la bomba alla stazione, l’Espresso preparò un numero speciale e mise in copertina la riproduzione di un quadro di Renato Guttuso, realizzato apposta per l’occasione. Guttuso dette all’opera lo stesso titolo dell’incisione di Francisco Goya Il sonno della ragione genera mostri ed aggiunse la data della strage, 2 agosto 1980, unico riferimento al fatto specifico, vicino alla firma dell’autore. La tavola originale è esposta nel Museo Guttuso. Raffigura un mostro  con sembianze da uccello e corpo di uomo, denti aguzzi, occhi sbarrati e di fuoco, che tiene un pugnale nella mano destra e una bomba a mano nella sinistra, e colpisce alcuni corpi morti o morenti, sopra i quali sta a cavalcioni



Consulta qui lo speciale RAI CULTURA

il nostro Calendario: 7 e 8 luglio

Reggio Emilia, 7 luglio 1960

Compagno cittadino, fratello partigiano

Teniamoci per mano in questi giorni tristi:

Di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia

Son morti dei dei compagni per colpa dei fascisti

Di nuovo, come un tempo, sopra l’Italia intera

Urla il vento e soffia la bufera

A diciannove anni è morto Ovidio Franchi

Per quelli che son stanchi o sono ancora incerti

Lauro Farioli è morto per riparare al torto

Di chi si è già scordato di Duccio Galimberti

Son morti sui vent’anni, per il nostro domani:

Son morti come vecchi partigiani

Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli

Ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti

Compagni, sia ben chiaro che questo sangue amaro

Versato a Reggio Emilia, è sangue di noi tutti

Sangue del nostro sangue, nervi dei nostri nervi

Come fu quello dei fratelli Cervi

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso

È sempre quello stesso che fu con noi in montagna

Ed il nemico attuale è sempre e ancora eguale

A quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

Uguale è la canzone che abbiamo da cantare:

Scarpe rotte eppur bisogna andare

Compagno Afro Tondelli, compagno Ovidio Franchi

E voi, Marino Serri, Reverberi e Farioli

Dovremo tutti quanti aver, d’ora in avanti

Voialtri al nostro fianco, per non sentirci soli

Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa

Fuori a cantar con noi Bandiera rossa

Fuori a cantar con noi Bandiera rossa!

 

Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell’ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei “Per i morti di Reggio Emilia”: Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l’apice – non la conclusione – di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza”: alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto, contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l’avvento della generazione dei “ragazzi con le magliette a righe”. Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle “tre M” (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima – dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio – sono testimonianza la poesia di Pasolini “La croce uncinata” (aprile 1960) e l’articolo “Le radici del luglio” (Vie nuove, 29 ottobre 1960).

Il contesto storico-politico

Il 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l’incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di “legge ed ordine”. La sua designazione segna un punto di svolta all’interno di un’acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall’astro nascente della DC Aldo Moro, che nell’ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere “popolare e antifascista” della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze. Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l’operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l’invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un “governo del Presidente” che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un “gollismo italiano” caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del “partito-Gladio”: Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all’immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).

Da Genova a Reggio Emilia

Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l’ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti “camalli”) risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età (i cosiddetti “ragazzi dalle magliette a righe”), in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell’ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista. In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall’olimpionico Raimondo d’Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l’unico spazio consentito – la Sala Verdi, 600 posti – è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: “Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti”, ricorda un testimone, l’allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, “dove c’era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…” 
“Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza”. Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: “Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo”.

In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L’agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s’inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”. Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia “Bobi”), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell’Anpi.

Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano “Modugno” grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell’eccidio: “Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue”.

Intanto l’operaio Marino Serri 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l’angolo della strada gridando “Assassini!”: cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.

In piazza Cavour c’è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all’addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: “Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due”. Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.

Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani – tra i quali è Rovacchi – a resistere: “La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l’altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo”.

Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell’Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d’ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell’ospedale, testimonia di “feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull’altro”. Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: “In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’apprensione e il dolore dei parenti”.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Palermo e Catania, 8 luglio 1960

Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che “è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali”. Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per “non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti”: la polizia continua a sparare ad altezza d’uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all’impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.

A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: “mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione”. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di “accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti”. Salvatore Novembre aveva 20 anni. Abitava ad Agira ( Enna), originario di Polizzi. Era un pendolare quotidiano con Catania, dove svolgeva il suo lavoro di operaio edile. Salvatore Novembre, non soccorso, morì orribilmente sul selciato di piazza Stesicoro, quasi a ridosso dell’angolo con via Gambino. Solo dopo un’ora del tragico evento alcuni cittadini ebbero la possibilità di caricarlo su una macchina  e portarlo in ospedale. Giunse cadavere. Era sposato da appena quarantacinque giorni, con una giovane ragazza di sedici anni.

Altri 7 manifestanti rimangono feriti.

La caduta del governo Tambroni

Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che “questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino”. Ma il governo è ormai nell’angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l’accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l’incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.

Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell’agente Celani. Il 14 luglio la Corte d’Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l’agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove.

Testo di Girolamo De Michele

8-7-6018-7-6028-7-603

 

 

Almanacco: Speciale Statuto dei Lavoratori – 1970

Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa, e vuole che, questi diritti siano rispettati da tutti e, in primo luogo dal padrone (…) perciò sottoponiamo al Congresso un progetto di “Statuto” che intendiamo proporre, non come testo definitivo, alle altre organizzazioni sindacali (…) per poter discutere con esse e lottare per ottenerne l’accoglimento e il riconoscimento solenne.

Giuseppe Di Vittorio, Congresso Cgil di Napoli, 1952.

Passato alla storia come lo Statuto dei Lavoratori, in realtà è la legge 300 del 1970 intitolata “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”.

Era stata approvata alla Camera il 15 maggio con i 217 voti favorevoli della maggioranza al governo (democristiani, socialisti unitari e liberali) e dei repubblicani. Missini, Pci e Psiup si erano astenuti: in particolare i comunisti, pur essendo d’accordo con il testo, lamentavano la mancanza di tutele per i lavoratori delle imprese più piccole – quelle con meno di 15 dipendenti.

È una legge fondamentale del diritto del lavoro italiano che ancora oggi costituisce la disciplina di riferimento per i rapporti tra lavoratore e impresa e i diritti sindacali.

Approvato a seguito delle lotte sindacali della fine degli anni sessanta, in particolare la lunga vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e il loro «autunno caldo» del 1969, in realtà è stato preceduto dall’introduzione nell’ordinamento di alcune significative norme di tutela e garanzia per i lavoratori, quali la Legge 1124 del 1965 in materia di infortuni e malattie professionali, la Legge 903 del 1965 in materia pensionistica e la Legge 604 del 1966 in materia di licenziamenti, tutte ascrivibili ai governi di centrosinistra.

Lo Statuto ha rappresentato una svolta dal punto di vista sia politico che giuridico, nel sancire positivamente alcuni dei diritti fondamentali del lavoratore e delle sue rappresentanze sindacali.

Da quaranta anni costituisce uno strumento di tutela giuridica imprescindibile nell’ambito del diritto del lavoro.

Il titolo Primo dello Statuto (gli articoli dall’1 al 13) disciplina i diritti e divieti volti a garantire la libertà e dignità del lavoratore; in particolare in materia di libertà di opinione del lavoratore (articolo 1), regolamentazione del potere di controllo (articoli dal 2 al 6) e disciplinare (articolo 7), di mansioni e trasferimenti (articolo 13).

Il titolo Secondo (articoli dal 14 al 18), dedicato alla libertà sindacale, nell’affermare e disciplinare il principio cardine del diritto di costituire associazioni sindacali nei luoghi di lavoro e di aderirvi (articolo 14), sancisce la nullità degli atti discriminatori (articolo 15), pone il divieto di costituire o sostenere sindacati di comodo (articolo 17) e, allo scopo di rendere effettivi tali diritti, introduce la garanzia della stabilità del posto di lavoro, disponendo le tutele accordate al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo (articolo 18), modificato più volte e in pratica cancellato dal Jobs act di Renzi.

Nel titolo Terzo si tracciano le prerogative dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro, attraverso il riconoscimento al sindacato del potere di operare nella sfera giuridica dell’imprenditore, per il conseguimento dei propri obiettivi di rappresentanza e di tutela. Valgono a tale scopo il fondamentale diritto alla costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali (articolo 19), nonché le ulteriori prescrizioni finalizzate a consentire l’esercizio dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro, nelle sue varie forme di manifestazione (assemblea, affissione, permessi, locali e garanzie della funzione sindacale – articoli dal 20 al 27).

Tra le disposizioni del titolo Quarto, oltre a quelle in materia di permessi e aspettative per i dirigenti sindacali (articoli dal 30 al 32), assume una posizione cruciale l’articolo 28, che predispone un particolare strumento giudiziario volto a reprimere condotte antisindacali, in quanto impeditive o limitative dell’esercizio dell’attività sindacale o del diritto di sciopero. Si tratta di una norma di centrale importanza nel disegno complessivo dello Statuto, in quanto legittima il sindacato ad agire direttamente nei confronti dell’imprenditore e a ottenere una pronuncia giudiziale di condanna, con ciò sancendo nella sostanza l’effettività dei diritti sindacali enunciati.


“L’autunno caldo scrisse il testo” – Intervista a Giorgio Benvenuto

(Massimo Franchi, il Manifesto, 20.05.2020)

Sono un superstite, uno dei pochi rimasti, ma sono contento di raccontare una pagina nobile della storia del nostro paese». A 82 anni Giorgio Benvenuto in questi giorni passa da un intervento Skype alle interviste televisive con la lucidità di un ragazzo che parla con passione di una battaglia vinta.

Benvenuto, lei divenne segretario generale della Uilm nel 1969 dopo una lunga gavetta sindacale. Furono dodici mesi indimenticabili.

Sono entrato nel sindacato nel 1955 e mi laureai in giurisprudenza alla Sapienza di Roma nel 1960 con una tesi sulle Commissioni interne nelle fabbriche. Se l’intuizione di una legge organica per i lavoratori si può far risalire addirittura a Turati con “Rifare l’Italia” del 1919 e poi alla Fiom di Buozzi, martire del fascismo, prima di Di Vittorio che lo disegnò organicamente negli anni ’50, in realtà la sua approvazione è arrivata tardi rispetto agli altri paesi europei. Lo spazio politico si era aperto nel 1963 con la sollevazione contro il governo Tambroni e l’avvio del centrosinistra con Moro. Il boom economico fu fatto sulla pelle dei lavoratori e le fabbriche in quegli anni erano turbinose. Ricordo che noi ci entravamo solo scortati dai lavoratori con i capi del personale che ci diffidavano dall’entrare e poi ci denunciavano perché al tempo le fabbriche erano «proprietà privata». Con lo Statuto arrivò l’amnistia per 14mila denunce, io ne avrò avute decine e decine. Ma tutto fu figlio della nostra lotta dell’autunno caldo.

Lei da socialista a chi dà la palma del vero autore dello Statuto: Gino Giugni o Giacomo Brodolini?

Tra i due, capisco spiazzandola, le direi Donat Cattin. Perché è vero che Brodolini presentò la proposta di legge nel 1969, ma poi purtroppo morì e fu sostituito come ministro del Lavoro dal democristiano Donat Cattin che ebbe l’intelligenza di confermare Gino Giugni come braccio destro al ministero, dando continuità al progetto. Fu Giugni a trovare le soluzioni pratiche che fecero accelerare l’approvazione dello Statuto. E in più fece anticipare le norme previste nella trattativa nel contratto dei metalmeccanici. Diritto di assemblea, deleghe, diritti dei sindacalisti: tutte quelle clausole contrattuali finirono poi nella legge. Una legge non calata dall’alto ma nata dal nostro impegno unitario.

Il Pci però si astenne:considerava lo Statuto insufficiente. Ci furono pressioni in quelle settimane?

Nessuna pressione sul sindacato. Il Pci sosteneva che si sarebbe potuto fare di più ed era contrario al fatto che i diritti previsti dallo Statuto si esprimevano in diritti in capo al sindacato e non ai lavoratori. Fu lo stesso Donat Cattin a difendere anche l’articolo 28: il comportamento antisindacale con decisione immediata del giudice.

A livello sindacale però le cose non furono così semplici: voi metalmeccanici eravate in una situazione complicata con le confederazioni.
Sì, la Cisl storicamente e ancora oggi è sempre stata contraria a legiferare su questioni contrattuali. In più nel 1969 sia noi come Uilm che la Fim Cisl uscimmo sconfitti – seppur di pochi voti – nei congressi confederali di Uil e Cisl sulla questione dell’unità dei metalmeccanici che poi sfociò nella Flm. Fu molto dura portare avanti la trattativa del contratto dei metalmeccanici da soli ma riuscimmo ad imporre che le confederazioni ne rimanessero fuori. Ricordo che alla grande manifestazione di Roma decidemmo di non far parlare i segretari generali: con Storti (segretario Cisl, ndr) e Vanni (segretario Uil, ndr) non fu difficile, ma Bruno Trentin disse: «E chi glielo va a dire a Novella? (l’allora segretario generale della Cgil, ndr)». Pierre Carniti gli rispose: «Gielo vai a dire tu». Bruno era interdetto, ma Pierre lo convinse: «Ce la fai, ce la fai». L’altro momento terribile fu il 19 novembre con la manifestazione per la casa e l’uccisione del poliziotto Annarumma. Saragat in qualche modo addossò la colpa a noi sindacati e per tornare in piazza il ministro democristiano Restivo ci chiese di prendere la responsabilità dell’ordine pubblico: lo facemmo e andò tutto bene, nessun incidente. La conquista dello Statuto fu possibile solo perché in quell’anno ci fu uno spirito straordinario di partecipazione. La nostra unità, anche umana, era fortissima. Quella legge la scrissero i lavoratori con la loro lotta.

Benvenuto, lo Statuto compie oggi cinquanta anni. Mantenerne lo spirito è sacrosanto, il mondo del lavoro però è cambiato totalmente. Lei come lo aggiornerebbe?

Certo, lo Statuto è tarato sull’industrializzazione e il lavoro in fabbrica. Oggi invece il lavoro è frammentato e precario. L’Italia fino agli anni novanta si è salvata svalutando la Lira; da lì in poi, non potendo svalutare l’Euro, si è svalutato il lavoro. Dare nuovi diritti nell’epoca della globalizzazione e della finanziarizzazione è ancora più difficile. Lo sviluppo tecnologico, l’intelligenza artificiale hanno creato disparità e diseguaglianze spaventose nel campo della conoscenza. Questo però paradossalmente ci riavvicina alla nostra battaglia: noi chiedemmo le 150 ore per gli operai perché ritenevamo centrale che gli operai capissero come andava il mondo; oggi bisogna reimpadronirsi della conoscenza. La pandemia è un dramma e allo stesso tempo un’occasione formidabile per ribaltare il mondo e limitare il potere della finanza, rimettendo al centro la persona. Serve una grande attività progettuale da parte del sindacato. Non è facile ma nemmeno impossibile: un rilancio del suo ruolo arricchirebbe la democrazia.


Ignorammo l’evento, eravamo proprio extraparlamentari

(Luciana Castellina, il Manifesto, 20.05.2020)

Non era per caso che nel ’68-69 ci definissimo «sinistra extraparlamentare»: lo eravamo proprio, sia pure alcuni non molto a lungo – il Manifesto-Pdup – altri al di là del buonsenso.

È un fatto che anche noi quando in Parlamento venne approvato lo Statuto dei lavoratori, il 20 maggio 1970, quasi ignorammo l’evento; e del resto, come si sa, anche il Pci, sia pure per ragioni diverse dalle nostre, prese le distanze dalla nuova legge; e si astenne.

Nel cinquantesimo anniversario di quello che ora consideriamo, e a ragione , un evento storico, qualcuno ha messo in rete un articolo che Quaderni Piacentini, una delle riviste più serie dell’epoca, aveva allora dedicato all’argomento, condannando senza mezzi termini la nuova legge come una truffa ai danni dei lavoratori. In capo all’articolo l’anonima mano ha scritto: «Oggi stringiamo i denti per difendere ciò che ne è rimasto». Oggi è in effetti difficile capire come l’intera nuova sinistra abbia potuto esprimere un simile giudizio negativo sullo Statuto dei lavoratori.

Fu un errore – su questo non credo ci sia più nessuno che abbia dubbi – non considerare quella legge una importante conquista. Che peraltro accoglieva una richiesta avanzata da Giuseppe Di Vittorio già al congresso della Cgil del 1952. E che introduceva la Costituzione nel recinto della fabbrica, fino ad allora spazio extraterritoriale chiuso all’interferenza di un imperio che non fosse quello dettato dal padrone.

Per capire come sia potuto accadere bisogna riandare a quel tempo e al dibattito che l’accompagnò. Quel giudizio così drasticamente negativo, e il disinteresse con cui la legge fu accolta, aveva alla base un’ipotesi non del tutto destituita di fondamento, che animò infatti, allora, una vasta riflessione, che affrontava, ben oltre lo Statuto dei lavoratori, il tema generale del ruolo delle riforme.

Noi tutti, e con noi una parte dello stesso sindacato, consideravamo i rapporti di forza conquistati dagli operai nelle fabbriche ben più favorevoli di quelli esistenti a livello politico e temevamo che la linea del Pci, che puntava sulle riforme, fosse un modo per ridurre la radicalità dello scontro, spostando il confitto sull’infido e incontrollabile terreno della mediazione parlamentare.

Il timore, insomma, era di smarrire la centralità che con le lotte era stata data al controllo sulla organizzazione della produzione, sul cuore del sistema. Tanto è vero che quando ci si accorse che non si poteva migliorare la condizione operaia senza prendere in considerazione quanto la determinava anche fuori dallo stabilimento – l’abitazione,la scuola, la salute – le lotte in merito vennero affidate dal movimento non ai lavori parlamentari ma ai Consigli di Zona, la trasposizione sul territorio dei propri autonomi organismi di potere, i Consigli di fabbrica, forse la più importante conquista strappata nell’autunno caldo del ’69.

Potere Operaio, e parte di Lotta Continua, spinsero il rifiuto del terreno istituzionale fino a teorizzare la possibilità di mettere in ginocchio attraverso la lotta di fabbrica il potere capitalista. E ritennero che le riforme avrebbero addirittura rafforzato il capitalismo, in quanto avrebbero razionalizzato il sistema.

Noi, come qualche altro gruppo, ci muovemmo in modo diverso, cercando di consolidare il potere costruito in fabbrica e di garantirne l’autonomia, sì da poterlo proiettare sul terreno politico. Fu questa la linea che assunse anche la parte migliore del sindacato, a partire dalla unitaria Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm); e questo garantì la lunga durata del ’68 italiano, che non aveva, né poteva avere, un obiettivo rivoluzionario, un sovvertimento che avrebbe presupposto ben altro processo storico.

L’ipotesi rivoluzionaria fu, con la sua consueta causticità, ridicolizzata dal leader sindacale della Fim-Cisl Pierre Carniti in un’intervista al Manifesto: «Non esiste in astratto una distinzione fra riforme necessarie e riforme che aiutano il sistema – disse -. Il padrone non si siede al tavolo per concordare la sua estinzione. L’esito si misura dunque dal potere che l’operaio conquista, dal mutamento dei rapporti di forza».

Rileggendo il Manifesto rivista – il quotidiano uscì il 28 aprile del 1971, un anno e mezzo dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori – si trova puntualmente, tuttavia, e sin dall’inizio – anche quando persiste la diffidenza per lo spostamento dell’epicentro della lotta operaia sul viscido terreno parlamentare – il richiamo alla necessità, a un certo punto, di trovare uno sbocco politico, e cioè un momento di mediazione che consolidasse il potere conquistato in fabbrica che avrebbe altrimenti rischiato di non tenere.

Quello sbocco non lo trovammo, per tante ragioni che ci sono a tutti note. È un fatto che è proprio attorno allo Statuto dei lavoratori che si sono andati in questi decenni misurando i rapporti di forza nel nostro paese.Contro questa legge sono stati scagliati un referendum dopo l’altro nella speranza di debellarlo; e poi, più pesantemente, i decreti di Berlusconi, di Monti, di Renzi, con il suo job act. Ci si sono messi pure i radicali che, denunciando di «abuso» quella che chiamarono «Trimurti» (le tre confederazioni sindacali) cercarono con un referendum di rendere quasi impossibile il loro autofinanziamento.

Ma lo Statuto è anche diventato la legge più tenacemente da decenni difesa dai lavoratori e che ha visto prodursi in suo favore la manifestazione di protesta, forse la più grande della storia sindacale italiana: quando all’appello dell’allora segretario della Ggil Sergio Cofferati risposero tre milioni di lavoratori.

La linea di quasi tutta la nuova sinistra mutò con gli anni, tanto è vero che nel 1976, con la lista comune denominata Democrazia Proletaria, si presentarono alle elezioni politiche oltre al Pdup, anche Lotta Continua, Avanguardia operaia, il Movimento socialista dei lavoratori. Nonostante tutti i suoi limiti quella esperienza aiutò a capire quanto la forza accumulata dalla classe operaia con le lotte innescate con l’autunno caldo del 1969 poteva pesare, e abbia in effetti pesato, per strappare riforme essenziali: il sistema sanitario nazionale, le pensioni,i diritti civili.E quanto importante sia stato riuscire ad arrivare alle mediazioni che le hanno rese possibili.

Già sul numero del giugno ’69 del Manifesto rivista, del resto, Lucio Magri aveva sottolineato l’ urgenza di trovare uno sbocco politico a una radicalizzazione delle lotte che altrimenti non avrebbe potuto stabilizzarsi. È quello che da allora abbiamo cercato di fare.

Adesso tutto è più difficile, ma sarebbe già molto che di quella straordinaria esperienza degli anni ’70, pur carica di errori ma anche di scoperte, conservassimo la capacità di tener al centro la questione del lavoro. Ormai diversissimo da quello di allora, ma pur sempre lavoro.

Questo slideshow richiede JavaScript.

“Sono passati decenni, non solo dal 1969 ma dagli anni 50, quando la solidarietà e l’unità erano l’obiettivo e il sogno di una minoranza determinata, che riusciva a infondere fiducia, a dare la forza di resistere – non per la sopravvivenza di ciascuno ma per la salvaguardia di alcuni valori che la crisi del comunismo non ha nemmeno scalfito. E questi decenni, questa memoria, semplicemente non esistono per milioni di lavoratori nell’Italia di oggi: anche perché ci sono gli avvoltoi, gli avventurieri della politica che contribuiscono a cancellare anche le tracce di questa memoria per potere manipolare lo smarrimento, la decomposizione dell’unità di classe, la guerra fra lavoratori e per cavalcare tutte le rivolte contro la solidarietà di classe, nobilitandole come espressioni creative della democrazia di base, per asservirle alle loro avventure politiche, che non hanno nemmeno la grandezza della scommessa su una vittoria possibile di un’utopia autoritaria, ma solo la meschina ambizione di poter pesare – da posizioni di comando – nel mercato politico”.

(a cura di Iginio Ariemma, Bruno Trentin, Diari (1988-1994), Ediesse, 2017)


La canzone: O Cara Moglie (1966)

O cara moglie, stasera ti prego, dì a mio figlio che vada a dormire, perchè le cose che io ho da dire non sono cose che deve sentir. Proprio stamane là sul lavoro, con il sorriso del caposezione, mi è arrivata la liquidazione, m’han licenziato senza pietà. E la ragione è perchè ho scioperato per la difesa dei nostri diritti, per la difesa del mio sindacato, del mio lavoro, della libertà . Quando la lotta è di tutti per tutti il tuo padrone, vedrai, cederà ; se invece vince è perchè i crumiri gli dan la forza che lui non ha. Questo si è visto davanti ai cancelli: noi si chiamava i compagni alla lotta, ecco: il padrone fa un cenno, una mossa, e un dopo l’altro cominciano a entrar. O cara moglie, dovevi vederli venir avanti curvati e piegati; e noi gridare: crumiri, venduti! e loro dritti senza piegar. Quei poveretti facevano pena ma dietro loro, la sul portone, rideva allegro il porco padrone: l’ho maledetto senza pietà . O cara moglie, prima ho sbagliato, dì a mio figlio che venga a sentire, chè ha da capire che cosa vuol dire lottare per la libertà chè ha da capire che cosa vuol dire lottare per la libertà.

(Ivan Della Mea, O Cara Moglie, 1966)

La Mostra online

www.Statutodeilavoratori50.it

Il film: Contratto (1970) di Ugo Gregoretti

Intervista a Ugo Gregoretti