Intollerabile.

L’Associazione la Quercia non manca all’appello di quanti in questi giorni hanno espresso la propria solidarietà alla CGIL Nazionale. Questo il testo della lettera, a firma del Presidente, inoltrata ai vertici locali, regionali e nazionali:

Alla CGIL Nazionale

Alla CGIL Regionale

Alla CGIL SIENA

Compagne e Compagni carissimi, con grandissimo sdegno abbiamo assistito sabato scorso al violento assalto, condotto da mani fasciste, alla vostra sede nazionale.

Tale assalto non era diretto ai simboli e ai luoghi del potere dello Stato, ma l’attenzione era rivolta verso uno dei simboli del mondo del lavoro; il luogo simbolo per tutti i lavoratori e i pensionati iscritti a quel sindacato, ma non solo a loro.

Un gesto che ci riporta agli anni bui delle squadracce fasciste e dei vili attacchi orchestrati per intimidire e far tacere la democrazia nel nostro paese.

A nome della nostra Associazione, che si pone nel suo piccolo nell’alveo della promozione continua dei valori della sinistra e dell’antifascismo nel nostro pur limitato ambito provinciale, sentiamo il dovere e l’urgenza di schierarci anche noi dalla vostra parte, riaffermando col nostro lavoro di custodi di archivi di lotte operaie e contadine il ruolo di fondamentale importanza che sindacati e partiti hanno saputo svolgere nella lotta continua per l’affermazione di diritti e dignità per tutti i lavoratori.


Vi giunga, quindi, la mia personale solidarietà, unita a quella di tutti coloro che, anche attraverso l’Associazione La Quercia, hanno continuato e continueranno a impegnarsi nel solco della lotta ad ogni fascismo e alle sue macabre riedizioni.
Un caloroso abbraccio

Tiziano Scarpelli

Presidente Associazione la Quercia – Siena

Assemblea dei Soci 28 luglio 2021

È convocata il 28 luglio in seconda convocazione, alle ore 17,30presso il Circolo ARCI di S. Andrea a Montecchio g.c. (Siena – Strada Grossetana, 55 – S. Andrea) l’Assemblea Ordinaria dei Soci dell’Associazione La Quercia, per discutere e approvare il seguente ordine del giorno:

1) Comunicazioni del Presidente;
2) Bilancio consuntivo al 31.12.2020 – approvazione con certificazione L. 3/2019;
3) Piano triennale di indirizzo e di mandato 2021 – 2023 e rendiconto del Piano precedente
(vedi allegato);
4) Varie ed eventuali.

100 anni del PCI: 21 gennaio 1921/2021

Anche l’Associazione la Quercia – Siena si prepara a partecipare attivamente al calendario nazionale di iniziative a ricordo e testimonianza di quel giorno in cui a Livorno maturarono le premesse per la nascita del Partito Comunista Italiano. 

Per contribuire in maniera costruttiva e non meramente celebrativa, abbiamo organizzato un evento on line nel quale sarà presentato il lavoro svolto fin qui di catalogazione dei fondi dell’archivio del PCI senese. Il catalogo del Fondo archivistico del PCI senese è da oggi disponibile on line nella sezione  Archivi del P.C.I. dell’Istituto Gramsci. Si tratta di un passaggio molto importante, poiché d’ora in poi il catalogo diventa finalmente disponibile per la ricerca e la libera consultazione.Un lavoro che sarà utile a ricercatori e studiosi che vogliano approfondire storia e dinamiche del PCI della nostra provincia.

 Questa la scaletta degli interventi:

Giovedì 21 gennaio 2021 alle ore 17

Il PCI senese: ecco l’archivio!

Introduce: Tiziano Scarpelli – Presidente Associazione la Quercia – Siena 

Interventi:

Stefano Moscadelli – docente di Archivistica UNISI 

Alessandro Orlandini – già Presidente ASMOS 

Luigi Berlinguer – onorevole 

L’incontro verrà trasmesso in diretta on line sulla pagina Facebook di Tvedo Web Tv: https://www.facebook.com/tvedo.tv

Per conoscere tutte le iniziative in cantiere per i 100 anni del PCI puoi scaricare qui il programma :

il nostro Calendario: 1 Dicembre

Montgomery, Alabama, 1° dicembre 1955: terminata la giornata lavorativa, la quarantaduenne Rosa Parks, di pelle nera e di professione sarta, prende l’autobus 2857, diretta a casa. Si siede in una fila centrale, ma quando dopo poche fermate sale un passeggero bianco, il conducente le chiede di alzarsi per lasciargli il posto, come impongono le regole.

«Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro […]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire».

Il conducente fermò il veicolo e chiamò due agenti di polizia per risolvere la questione: Rosa Parks fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine che obbligavano le persone di colore a cedere il proprio posto ai bianchi nel settore comune, quando nel settore riservato ai bianchi non vi erano posti disponibili.

La scultura di Rosa Park nello storico autobus custodito nel National Civil Rights Museum idi Memphis.

Quella notte, cinquanta leader della comunità afroamericana guidati da un pastore protestante, Martin Luther King, si riunirono per decidere le azioni da intraprendere per reagire all’accaduto, mentre già avevano avuto luogo le prime reazioni violente. Il giorno successivo incominciò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, protesta che durò per 381 giorni; dozzine di pullman rimasero fermi per mesi finché non venne rimossa la legge che legalizzava la segregazione. Questi eventi diedero inizio a numerose altre proteste in molte parti del paese. Lo stesso King scrisse sull’episodio descrivendolo come «l’espressione individuale di una bramosia infinita di dignità umana e libertà», aggiunse che Rosa «rimase seduta a quel posto in nome dei soprusi accumulati giorno dopo giorno e della sconfinata aspirazione delle generazioni future».

Nel 1956 il caso di Rosa Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che decretò, all’unanimità, incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama. Da quel momento, Rosa Parks diventò un’icona del movimento per i diritti civili.

Nel 1865, a conclusione della guerra civile americana, gli Stati Uniti aboliscono la schiavitù. Seguono altri provvedimenti che tendono a garantire diritti civili per gli afroamericani e la loro integrazione nella società. Ma dagli anni ’80 si scatena la reazione dei razzisti bianchi e in molti Stati del sud vengono approvate leggi locali che limitano questi diritti, compreso quello di voto, e introducono una rigida segregazione razziale. Un quadro normativo che rimane pressoché inalterato fino alla metà del Novecento, mentre le disparità sociali ed economiche tra bianchi e neri crescono. Ma, dopo la Seconda Guerra Mondiale, le associazioni per i diritti civili degli afroamericani intensificano il loro attivismo.

Il 13 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sugli autobus dell’Alabama. Questa vittoria apre la strada a un decennio di intense battaglie per i diritti civili, sempre all’insegna della non violenza, che culminano, nel 1964 e nel 1965, con l’approvazione di due leggi che garantiscono la fine della segregazione razziale e il pieno diritto di voto agli afroamericani. La questione afroamericana è sempre stata la spina nel fianco degli Stati Uniti d’America, il lato oscuro che ha accompagnato la crescita della più grande democrazia occidentale.

Guarda lo speciale su Raiplay: https://www.raiplay.it/video/2020/01/Passato-e-Presente—Rosa-Parks-ecd81115-251e-4073-ac94-c2161c2986d4.html

il nostro Calendario: 1 Dicembre

Montgomery, Alabama, 1° dicembre 1955: terminata la giornata lavorativa, la quarantaduenne Rosa Parks, di pelle nera e di professione sarta, prende l’autobus 2857, diretta a casa. Si siede in una fila centrale, ma quando dopo poche fermate sale un passeggero bianco, il conducente le chiede di alzarsi per lasciargli il posto, come impongono le regole.

La scultura di Rosa Park nello storico autobus custodito nel National Civil Rights Museum idi Memphis.

«Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro […]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire».

Il conducente fermò il veicolo e chiamò due agenti di polizia per risolvere la questione: Rosa Parks fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine che obbligavano le persone di colore a cedere il proprio posto ai bianchi nel settore comune, quando nel settore riservato ai bianchi non vi erano posti disponibili.

Quella notte, cinquanta leader della comunità afroamericana guidati da un pastore protestante, Martin Luther King, si riunirono per decidere le azioni da intraprendere per reagire all’accaduto, mentre già avevano avuto luogo le prime reazioni violente. Il giorno successivo incominciò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, protesta che durò per 381 giorni; dozzine di pullman rimasero fermi per mesi finché non venne rimossa la legge che legalizzava la segregazione. Questi eventi diedero inizio a numerose altre proteste in molte parti del paese. Lo stesso King scrisse sull’episodio descrivendolo come «l’espressione individuale di una bramosia infinita di dignità umana e libertà», aggiunse che Rosa «rimase seduta a quel posto in nome dei soprusi accumulati giorno dopo giorno e della sconfinata aspirazione delle generazioni future».

Nel 1956 il caso di Rosa Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che decretò, all’unanimità, incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama. Da quel momento, Rosa Parks diventò un’icona del movimento per i diritti civili.

Nel 1865, a conclusione della guerra civile americana, gli Stati Uniti aboliscono la schiavitù. Seguono altri provvedimenti che tendono a garantire diritti civili per gli afroamericani e la loro integrazione nella società. Ma dagli anni ’80 si scatena la reazione dei razzisti bianchi e in molti Stati del sud vengono approvate leggi locali che limitano questi diritti, compreso quello di voto, e introducono una rigida segregazione razziale. Un quadro normativo che rimane pressoché inalterato fino alla metà del Novecento, mentre le disparità sociali ed economiche tra bianchi e neri crescono. Ma, dopo la Seconda Guerra Mondiale, le associazioni per i diritti civili degli afroamericani intensificano il loro attivismo.

Il 13 dicembre 1956 la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la segregazione sugli autobus dell’Alabama. Questa vittoria apre la strada a un decennio di intense battaglie per i diritti civili, sempre all’insegna della non violenza, che culminano, nel 1964 e nel 1965, con l’approvazione di due leggi che garantiscono la fine della segregazione razziale e il pieno diritto di voto agli afroamericani. La questione afroamericana è sempre stata la spina nel fianco degli Stati Uniti d’America, il lato oscuro che ha accompagnato la crescita della più grande democrazia occidentale.

Guarda lo speciale su Raiplay: https://www.raiplay.it/video/2020/01/Passato-e-Presente—Rosa-Parks-ecd81115-251e-4073-ac94-c2161c2986d4.html

Addio a Francesco Nerli

Si è spento all’età di 72 anni Francesco Nerli. Aveva iniziato da ragazzo a coltivare la passione per la politica: nel Sessantotto era alla testa del movimento studentesco a Siena. Aveva ricoperto molte cariche all’interno del sindacato Cgil (come segretario territoriale della Fiom e della stagione unitaria nella Flm, come leader nazionale della Fillea e come dirigente della direzione nazionale Cgil Cisl Uil) così come nel Partito comunista (Segretario della Federazione Provinciale di Siena dal 1983, poi viene eletto Deputato nel 1987, quindi Senatore nel 1992).

Questo è il testo del telegramma che abbiamo inviato alla sua famiglia:

Addolorati per la scomparsa di Francesco, ricordando i lunghi anni di militanza politica vissuti insieme, sentiamo il bisogno di porgervi le nostre più sentite condoglianze a nome personale e della Associazione culturale La Quercia di Siena. – Tiziano Scarpelli, Franco Cigna, Pierluigi Marrucci

il nostro Calendario: 16 novembre

1940: i nazisti chiudono con un muro il ghetto di Varsavia

File:The Wall of ghetto in Warsaw - Building on Nazi-German order August  1940.jpg - Wikipedia

Il ghetto ebraico di Varsavia (in tedesco Jüdischer Wohnbezirk in Warschau) fu istituito dal regime nazista il 16 ottobre 1940 nella città vecchia di Varsavia. Con i suoi 450.000-500.000 abitanti fu il più grande tra i ghetti nazisti in Europa. Il quartiere Nalewki, pieno di condomini e privo di spazi verdi, era la zona tradizionalmente abitata dalla comunità ebraica di Varsavia, allora la più numerosa al mondo dopo quella di New York. Oltre al polacco, vi si parlavano l’yiddish, l’ebraico e il russo (dagli ebrei che erano fuggiti dalla Russia). Prima dell’invasione tedesca della Polonia nel settembre 1939, nella zona abitavano anche non-ebrei e gli ebrei avevano piena libertà di spostarsi e stabilirsi anche negli altri quartieri della città. Sotto il Governatorato Generale Tedesco, l’istituzione del ghetto come luogo esclusivo di residenza coatta della popolazione ebraica locale fu il primo passo nel processo che avrebbe portato nel giro di pochi anni allo sterminio della quasi totalità dei suoi abitanti.

16 novembre 1940 - si innalza il muro intorno al Ghetto di Varsavia -  Periodico Daily

Nella Polonia occupata iniziarono anche le attività di segregazione e di isolamento della popolazione ebraica: questa, che prima della guerra viveva in buona parte in ghetti privi di mura, venne costretta dapprima ad indossare bracciali raffiguranti la stella di David e successivamente ad essere completamente “concentrata” all’interno dei ghetti ed anche a Varsavia tutti gli ebrei che vi vennero trasferiti furono obbligati a risiedere nel ghetto:

«Fin dall’estate del 1940, i Tedeschi facevano costruire nelle strade dei muri, per isolare i gruppi di case. A poco a poco, questi tronconi di muri si congiungevano, isolando un quartiere, verso il quale venivano avviati gli ebrei espulsi dai villaggi e dalle cittadine di provincia. Dal 1º luglio 1940, fu loro vietato di risiedere altrove che nel settore così delimitato. L’ordinanza del 16 ottobre prescriveva il trasferimento in questo quartiere dei centoquarantamila ebrei di Varsavia che abitavano fuori dai confini di esso, e l’evacuazione degli ottantamila polacchi che vi risiedevano. E dal 16 novembre gli ebrei di Varsavia non poterono più uscire dal ghetto senza speciale autorizzazione».

Nell’agosto del 1940 ebbe inizio la costruzione del muro che separò il ghetto dal resto della città.

Il ghetto di Varsavia occupava uno spazio di quattro chilometri di lunghezza e circa due e mezzo di larghezza, esso comprendeva, oltre l’antico ghetto medievale, le vie del rione industriale e l’autostradaper Berlino e per Poznań lo attraversava dividendolo in due parti, il ghetto grande ed il ghetto piccolo. Nell’ottobre del 1939, dopo la fine della campagna di Polonia, le autorità tedesche censirono la popolazione ebraica della capitale, quantificandola in 359.827 persone, a cui se ne aggiunsero circa altre 150.000 trasferite dalla provincia; il ghetto fu istituito nell’estate del 1940 come campo di quarantena e successivamente, con un’ordinanza emanata il 2 novembre dal governatore del distretto di Varsavia Ludwig Fischer, venne motivata la sua creazione al fine di evitare il pericolo di epidemiee la cifra di 500.000 persone residenti al suo interno costituiva circa la metà dell’intera popolazione della città, mentre la sua superficie equivaleva a circa un ventesimo dell’intero territorio metropolitano.

Il Ghetto ebraico: Varsavia cosa vedere | Wanderlust Italia

Clicca QUI per leggere Marek Edelman IL GHETTO COMBATTE.

Qui un estratto di pochi minuti dello speciale di Enzo BIAGI.

Foto I ghetti nazisti in Polonia in mostra al Vittoriano - 1 di 12 - Roma -  Repubblica.it

il nostro Calendario: 29 ottobre

1975: inizia il “dopo Franco” in Spagna

Quarantacinque anni di post franchismo. Il lungo cammino della memoria spagnola di Francesco Filippi – 29 settembre 2020

(da lastoriatutta.org)

È appena stata approvata dal congresso dei deputati spagnolo una legge che prende il nome di Ley de la Memoria democrática . I dibattiti in Spagna si arroventano in particolare sulla possibilità che il ricordo degli anni della dittatura venga in qualche modo diretto e regolamentato da specifiche normative.

Un argomento quanto mai caldo, specie per le resistenze e le contrapposizioni che incontra il cammino della memoria pubblica nel paese che per ultimo in Europa si sbarazza di una dittatura che nasce e si consolida sotto l’egida dei fascismi europei. Un cammino complesso, che parte da lontano.

Francisco Franco è il dominatore incontrastato della scena politica spagnola per oltre un trentennio. instaurato nel 1939 un regime fascista “fratello” delle dittature italiana e tedesca, a cui fa seguito una ferocissima repressione degli esponenti repubblicani e dei combattenti internazionali – le fonti, ancor oggi discordanti, oscillano tra i 100mila e i 200mila morti nella fase di consolidamento del regime, “el Terror blanco”, fino al 1945- Franco già negli anni Quaranta tenta di slegare il suo destino da quello di Hitler e Mussolini, giocando la carta prima di una benevola neutralità nei confronti degli alleati e poi, a guerra finita, presentandosi al mondo come un campione dell’anticomunismo. Le contrapposizioni della Guerra Fredda fanno del dittatore una comoda pedina antisovietica. La storica visita del presidente statunitense Eisenhower in Spagna (1959) sdogana la dittatura franchista in Occidente, condannando al contempo la Spagna a un altro quindicennio di oppressione. Ma il regime, caratterizzato da un forte culto della personalità è destinato a non sopravvivere al suo fondatore.

27 de septiembre, las últimas ejecuciones del franquismo: en Italia grandes  protestas contra el régimen - El Itañol

In principio fu la Transición: il lungo periodo di passaggio dallo stato franchista alla democrazia spagnola iniziato negli anni settanta, con Franco ancora in vita, e concluso con l’elezione a primo ministro di un socialista, Felipe Gonzáles, nel 1982.

La dipartita del “caudillo” e quella della sua creatura in qualche modo si assomigliano: una morte naturale, preceduta da una lunga, estenuante agonia. Mentre il vecchio dittatore consuma i suoi ultimi anni tra problemi di salute sempre più gravi, la dittatura che ha costruito sulle macerie della guerra civile mostra tutti i segni del tempo. Lontani ormai gli anni in cui Franco si vantava dell’amicizia con Hitler e Mussolini, il regime si dibatte in una stagnazione economica senza via d’uscita, mentre il vento del cambiamento portato dal Sessantotto si trasforma in Spagna in una stagione di scontri tra il governo e le formazioni indipendentiste che sfocia in attentati sanguinosi. L’élite franchista sa che non potrà sopravvivere indenne alla scomparsa del suo fondatore e cerca quindi di guidare il passaggio alla democrazia nel modo più indolore possibile soprattutto per sé stessa. La transizione inizia simbolicamente con il ripristino della monarchia, atto che teoricamente era uno degli scopi principali della sollevazione golpista nel 1936. Alla morte di Franco, nel novembre 1975, Juan Carlos di Borbone viene proclamato re di Spagna “in ricordo di Franco”: l’intento è quello di saldare pubblicamente i destini del giovane sovrano con quelli dell’establishment franchista. 

Il Tempo e la Storia - S2017 - La fine del franchismo - 15/06/2017 - Video  - RaiPlay

Intanto il regime cerca di svecchiare la propria immagine affidandosi a figure moderate, che intraprendono il processo di trasformazione della struttura del paese. Nel 1977 il governo Suárez, espressione dell’ala tecnocratica del regime, indice le prime elezioni libere dal 1936, in cui il blocco centrista da lui capeggiato conquista il 34% dei voti, tallonato dai socialisti (PSOE) col 29%. Il neo ricostituito partito comunista spagnolo sfiora il 10%. Sarà questo parlamento ad avere il compito di stilare la nuova costituzione promessa dai franchisti, in un clima di reciproca diffidenza e timore. Suárez tenta febbrilmente di portare avanti un progetto di riforma democratica senza far scivolare il paese nell’anarchia o nella dittatura militare: anche per questo il 15 ottobre 1977 viene varata la legge sull’Amnistia (46/1977), che sancisce l’impunibilità dei crimini di natura politica avvenuti prima del 5 dicembre del 1976.

Un po’ come era accaduto con l’amnistia Togliatti del giugno 1946 in Italia, l’intento dichiarato è quello di troncare sul nascere la possibile guerra giudiziaria tra franchisti e democratici, in nome della pacificazione della società spagnola. Il provvedimento vuole avere carattere bipartisan: sono amnistiati infatti non solo i reati commessi dai militanti politici contro il regime, ma anche (art. 2, par. “f”) “i delitti commessi da funzionari e agenti dell’ordine pubblico contro l’esercizio dei diritti delle persone”. Una norma che blinda la possibilità di indagare su più di trent’anni di dittatura e avvia il processo di passaggio “morbido” allo stato di diritto.

Guerra Fredda. Terza fase. La fine del Franchismo in Spagna

L’anno dopo, nel 1978, viene approvata la nuova Costituzione spagnola, che sancisce i principi di democrazia e uguaglianza tra i cittadini. A garanzia della tenuta democratica viene posta la Corona.

Mentre sulla bandiera spagnola l’aquila nera franchista perde lo scudo fascista che la aveva accompagnata dal 1939 acquistando l’emblema della casa reale, come simbolico passaggio incruento dalla dittatura alla monarchia, il lavorìo di ridefinizione dei confini storici della guerra civile continua. 

Nel marzo del 1979 le prime elezioni con la nuova costituzione premiano ancora l’ormai postfranchista Suárez, col 34% dei voti, anche se il PSOE di Felipe Gonzáles lo tallona al 30%. Uno dei provvedimenti del nuovo governo democratico è il varo della legge 5/1979, che prevede il riconoscimento del diritto alla pensione di guerra anche ai combattenti repubblicani della guerra civile e alle loro famiglie: la prima equiparazione formale dei repubblicani ai franchisti, a cui il regime aveva riconosciuto la pensione di guerra già negli anni Quaranta. In un clima di diffusa volontà di pacificare il paese, questo atto significativo soprattutto dal punto di vista economico pare voler mettere la parola fine alle istanze di riapertura dei dossier riguardanti la guerra civile e il regime.

Quante elezioni politiche ci sono state in Spagna? E quando si sono tenute?

Nel febbraio 1981 una frangia di militari irriducibili prova ad opporsi alla svolta democratica e tenta di occupare il parlamento. Il tentativo passerà alla storia come “el golpe de Tejero”, dal nome del tenente colonnello della Guardia Civil che, pistola in mano, cerca di prendere in ostaggio i deputati del congresso. Il golpe viene subito sconfessato e bloccato da re Juan Carlos, che in un accorato discorso alla nazione ribadisce il proprio ruolo di difensore della democrazia e della costituzione. Tejero, condannato per sedizione, uscirà di prigione nel 1996 e tenterà, con scarsa fortuna, la carriera politica. Paradossalmente, il golpe fallito segna anche la fine delle velleità autoritarie di una parte delle strutture di potere spagnole e delle paure della restante parte della società circa la tenuta della svolta: il processo di democratizzazione appare, soprattutto dopo la prova della violenza golpista, irreversibile. In quello stesso anno l’aquilotto franchista scompare del tutto dalla bandiera, lasciando da solo l’emblema della casa reale, ormai unico simbolo di unità del paese

Il golpe Tejero trent'anni dopo - Il Post

La società spagnola nel proprio complesso sembra in quegli anni voler voltare pagina: nel 1982 il governo guidato dal PSOE organizza con competenza la prima manifestazione internazionale del paese tornato alla democrazia: i mondiali di calcio di Spagna 1982, indimenticabili per gli italiani, sono anche il punto di partenza nella costruzione dell’immagine di una nuova Spagna aperta, efficiente, moderna. L’entrata nella Comunità Economica Europea nel 1986 e le Olimpiadi di Barcellona del 1992 segnano le tappe della rinascita di un paese che, pur tra tensioni sociali, spinte indipendentiste anche sanguinose, su tutte il terrorismo basco, cerca di riprendere il passo con il resto d’Europa dopo trent’anni di immobilismo. A incarnare la svolta il leader socialista, Felipe González, al governo per 14 anni.

A destra i franchisti ed ex franchisti, che si sono coagulati già nel 1977 attorno alla formazione Alianza Popular, cercano di costruire un polo conservatore che riunisca le varie anime della destra spagnola rimanendo nel contesto democratico. Nel 1989 la formazione cambia nome in Partido Popular (PP) e nel 1996, guidata da José Maria Aznar, vince le elezioni diventando la principale forza politica del paese. Se per il PSOE di González la priorità è stata quella costruire una nuova immagine della Spagna, demolendo il ricordo del franchismo attraverso gli evidenti successi della democrazia, Aznar si deve confrontare con la parte più conservatrice del proprio partito, che vede come un tabù la possibile revisione in senso critico della memoria franchista nel paese. Per più di due decenni la questione delle memorie in conflitto riguardanti la guerra civile sembra quindi, per un motivo o per l’altro, congelata, offuscata dal successo del modello spagnolo: sono soprattutto la crescita economica e la modernizzazione del paese a caratterizzare la ricostruzione identitaria di una società che si sente decisamente proiettata verso il futuro.  

Ma è proprio nel momento in cui il modello neoliberista raggiunge il suo apice e inizia lo stallo che la questione della memoria storica ritorna al centro del dibattito: ad Aznar un po’ fortunosamente – alla vigilia delle elezioni del 2004 il PP è dato in vantaggio ma la gestione mediatica degli attentati terroristici di Madrid da parte del governo porta al potere i socialisti – succede il PSOE di Zapatero, che prende subito di petto la questione della memoria e delle memorie di Spagna.

La prima legge organica che cerca di rianimare un dibattito mai realmente decollato sulle responsabilità e le conseguenze di un trentennio di dittatura si ha nel 2007, con la legge 52/2007, battezzata significativamente Ley de la Memoria Histórica.

Nel suo preambolo, la legge, prendendo atto che lo spirito di riconciliazione e concordia e di rispetto del pluralismo e la difesa pacifica di tutte le idee, che guidò la Transizione, ci permise di dotarci di una Costituzione…” [e che] “Lo spirito della Transizione dà senso al modello costituzionale di convivenza più fecondo di cui abbiamo mai goduto…” afferma anche però che “c’è necessità di dare risposta a quelli che “soffrirono le conseguenze della guerra civile e del regime dittatoriale che le succedette.”

La nuova legge, fortemente voluta dal governo socialista, che ne fa un punto dirimente del programma di riforma, vuole rappresentare una svolta nel rapporto tra il racconto della memoria pubblica spagnola e il franchismo, dopo un ventennio di sostanziale silenzio nei confronti di un passato troppo complesso da gestire.

Sempre nel preambolo di questa legge si esplicita che “diversi aspetti messi in relazione con la memoria personale e familiare, specialmente quando sono caratterizzati da conflitti di carattere pubblico, fanno parte dello statuto giuridico della cittadinanza democratica, …[riconoscendo a ognuno]… un diritto individuale alla memoria personale e familiare di ogni cittadino, che incontra la sua prima manifestazione nella Legge.”. Una legge che vuole quindi ristabilire il principio del diritto alla propria memoria, in particolare a tutela delle vittime della dittatura, a cui la memoria personale è stata pubblicamente negata sia dalla dittatura che dai primi venti anni di democrazia. La legge in concreto si occupa di portare avanti una politica pubblica che riconosca la legittimità formale della memoria delle vittime del franchismo, attraverso la revisione delle condanne inflitte dai tribunali del regime e la riabilitazione dei condannati, l’incentivazione di ricerche storiche sul periodo, il miglioramento delle condizioni pensionistiche dei reduci repubblicani della guerra civile e il riconoscimento di indennizzi agli eredi dei combattenti morti per la repubblica. Inoltre, la legge intende sostenere le ricerche per la localizzazione e l’identificazione delle vittime della repressione franchista, trucidate a migliaia a fine guerra e occultate in centinaia di fosse comuni sparse per il paese. La rimozione dei simboli franchisti dai luoghi pubblici e la creazione di un centro di documentazione della memoria storica e di un archivio generale della guerra civile (art.20).

Una fortissima presa di posizione, dopo anni di silenzio, nei confronti della memoria del ventesimo secolo spagnolo.

Una della conseguenze di questa legge è stata la rimozione della salma di Francisco Franco dal mausoleo del Valle de los Caídos, il monumento voluto dallo stesso dittatore che ricorda, sebbene con una evidente discriminazione tra vincitori e vinti i caduti della guerra civile. La sottrazione del corpo del caudillo dagli omaggi pubblici, avvenuto solo nel 2019 dopo una lunga battaglia legale con gli eredi del dittatore, è un ulteriore tentativo di ridefinire i rapporti di forza tra le memorie opposte degli spagnoli andando a toccare il corpo stesso del dittatore.

Un’altra delle conseguenze di questa legge è stata l’emanazione di norme analoghe sulla memoria da parte di molte comunità autonome spagnole, in particolare quelle in cui, storicamente, l’impatto del franchismo fu più violento: si dotano di leggi di memoria la Catalogna (2007), la Navarra (2013), il Paese Basco (2014), l’Andalusia e le Baleari (2017) e l’Aragona (2019).

La legge varata da Sánchez (PSOE) di questi giorni si inserisce quindi in un contesto fortemente frammentato, in cui a una memoria pubblica possibilmente condivisa si oppongono, più o meno coscientemente, da una parte la destra conservatrice, che sostiene che la “storia non si possa riscrivere”, e dall’altra le specifiche realtà autonome che sentono il bisogno di istituzionalizzare una “propria” specifica memoria in evidente opposizione alla tradizione centralista dello stato spagnolo, di cui il franchismo fu l’ultimo grande, violento esecutore.

Il ritorno dei socialisti al governo ha riportato al centro la questione.

Questa nuova iniziativa legislativa, che già viene definita “Ley de la Memoria democrática”, prevede soprattutto l’annullamento di tutte le sentenza politiche emesse durante il franchismo, con conseguente riabilitazione dei prigionieri politici e la costituzione di un registro nazionale per le vittime del regime. In più le associazioni franchiste – ancora legali in Spagna – non potranno più ricevere finanziamenti pubblici. A rischio chiusura enti di grande peso nel panorama culturale e politico spagnolo, come la stessa Fondazione Francisco Franco che si occupa di tenere viva la memoria del dittatore; è previsto poi che la “educazione democratica” diventi materia di studio a scuola. Infine viene stabilito un apparato sanzionatorio per chi offenda i valori costituzionali e democratici in ambito pubblico, una norma piuttosto controversa e di difficile applicazione in un paese in cui, ufficialmente, non esiste un reato definibile come “apologia di franchismo”.

La legge, appena approvata, ha già creato forti contrasti. 

Interessante notare come gli argomenti in parte siano i medesimi suscitati da analoghi provvedimenti che nel tempo sono entrati in vigore in Germania e Italia: il pericolo per la libertà di pensiero e il tentativo di difendere una memoria positiva del trentennio fascista che in Spagna è oggi tutt’altro che residuale.

L’esperienza in corso in Spagna risulta particolarmente interessante in quanto la dittatura spagnola, a differenza delle omologhe italiana e tedesca, non è morta “di morte violenta”. A livello pubblico il franchismo può vantare di non essere stato di fatto “sconfitto dalla storia”, ma di aver concluso la propria esperienza alla guida del paese per semplice obsolescenza. Una differenza importante rispetto al nazismo tedesco e in parte al fascismo italiano, che hanno a curriculum, nella loro ridefinizione storica, una guerra mondiale scatenata e persa e la condanna sul campo delle loro azioni.

La battaglia tuttora in corso sulla storia della Spagna nell’ultimo secolo, portata avanti spesso con intenti di politica quotidiana più che di interesse generale, nel corso del tempo ha visto l’asse memoriale spostarsi decisamente: dai primi forti accenti pacificatori delle leggi degli anni Settanta, in cui, cedendo lentamente il potere, l’élite franchista volle assicurarsi che il ricordo venisse gestito attraverso le parole d’ordine “concordia” e “riconciliazione”, che infatti sono il leit motiv della legislazione di transizione, si passa a metà degli anni duemila a una più chiara condanna del franchismo, definito senza mezzi termini “dittatura” – concetto per nulla scontato in un paese in cui una parte della popolazione ricorda ancora gli anni del consenso a Franco – e a un ruolo attivo, da parte delle istituzioni, nella ricostruzione di una memoria pubblica basata sugli ideali democratici.

Un lavoro faticoso che in qualche modo vuole seguire in parte l’esempio della legislazione tedesca occidentale del dopoguerra e che potrebbe costituire un importante caso di studio per altri paesi che, dopo una lunga stagione di rielaborazione della memoria pubblica del loro passato controverso, sembrano oggi aver abbandonato l’idea che vi possa essere una ricostruzione storicamente basata e guidata da un sistema di valori condiviso del proprio passato. Fra questi, soprattutto, l’Italia.

Qui lo speciale RAI sulla fine del Franchismo: https://www.raiplay.it/video/2017/06/Il-tempo-e-la-Storia—La-fine-del-Franchismo-65f78bea-4dfe-4565-8ba7-fc6e85cfca30.html